Tassa sul cloud, il decreto di Giuli estende la copia privata allo spazio di archiviazione
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Redazione Economia
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La mano del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, si è posata sul decreto che riscrive le tariffe dell’equo compenso, e l’effetto, per certi versi atteso e per altri temuto, è quello di un terremoto per il settore tecnologico italiano. Con la firma apposta nella serata del 23 febbraio, e l’invio successivo agli organi di controllo in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, l’Italia si appresta a diventare il primo paese al mondo a tassare la memoria digitale conservata su server remoti, includendo a tutti gli effetti i servizi di cloud storage nel perimetro della cosiddetta “tassa per la copia privata”. Un meccanismo, questo, che affonda le sue radici negli anni Ottanta, quando fu concepito per ripagare autori ed editori delle duplicazioni effettuate su musicassette e videocassette, e che oggi, in un’era dominata dallo streaming, si estende fino a lambire le foto di famiglia e i documenti di lavoro conservati online.
Il cuore della norma, che aggiorna le tariffe con una cadenza triennale, introduce un prelievo mensile calcolato sui gigabyte a disposizione dell’utente. La bozza del decreto, ancora in attesa del testo definitivo, delinea un meccanismo piuttosto chiaro: nessun addebito fino a un gigabyte di spazio, una tariffa di 0,0003 euro per giga fino alla soglia dei cinquecento, e un costo di 0,0002 euro per ogni gigabyte eccedente, con un tetto massimo fissato a 2,4 euro al mese. Una cifra che, moltiplicata per i milioni di utenti italiani, potrebbe tradursi in un flusso consistente nelle casse della Siae e delle altre società di collecting, le stesse che nell’ultimo triennio hanno visto entrate per circa 120 milioni di euro l’anno grazie a questo istituto. Ma se per la Federazione industria musicale italiana (Fimi) e per Nuovo Imaie si tratta di un giusto riconoscimento per il lavoro creativo, per il mondo delle imprese Ict e dei fornitori di connettività il provvedimento ha l’aspetto di una tassa fuori dal tempo, un balzello che colpisce un’infrastruttura, quella del cloud, considerata ormai strategica quanto lo era l’elettricità all’inizio del Novecento.
Il malcontento, per usare un eufemismo, è montato rapidamente, e la crepa è apparsa persino all’interno di Confindustria. Se da un lato Confindustria Cultura plauda all’iniziativa, dall’altro Anitec-Assinform, l’associazione che riunisce le imprese di tecnologie dell’informazione e dell’elettronica di consumo, parla di misure anacronistiche e di una procedura che ha di fatto ignorato le istanze degli addetti ai lavori. Più dure, se possibile, le reazioni di Aiip (Associazione italiana internet provider) e Assintel (l’associazione nazionale delle imprese Ict di Confcommercio), le quali in una nota congiunta hanno annunciato di voler valutare un ricorso, parlando di “sconcerto” per un testo che, nonostante le consultazioni estive, non avrebbe recepito alcuna delle osservazioni critiche sollevate. Il nodo principale, sollevato da più parti, riguarda il rischio concreto di una doppia imposizione: un cittadino, infatti, paga già il compenso per copia privato al momento dell’acquisto dello smartphone o del computer, il cui costo include una maggiorazione per la memoria fisica, e si vedrebbe ora applicare un ulteriore prelievo mensile per la disponibilità di spazio virtuale, anche qualora questo non venisse mai utilizzato per conservare musica o film.
A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato poi Diego Ciulli, responsabile delle relazioni istituzionali di Google Italia, che su LinkedIn ha bollato la scelta come un triste primato. “Anche quando quello spazio è gratuito”, ha scritto Ciulli, “e persino quando non è utilizzato. Solo perché esiste e quindi potrebbe in teoria essere usato per caricarci una canzone piratata”. Una critica che fotografa l’assurdità percepita di un prelievo che colpisce la mera potenzialità, e non l’atto concreto della duplicazione, in un’epoca in cui la fruizione di contenuti è ormai prevalentemente in streaming e la pratica di “copiare” un brano è divenuta residuale. E se per i privati l’onere potrebbe apparire contenuto, il vero allarme riguarda il mondo delle imprese e della pubblica amministrazione. L’applicazione indiscriminata del prelievo ai servizi cloud business to business, sottolineano Aiip e Assintel, rischia di gravare su strumenti utilizzati per backup, continuità operativa e sicurezza dei dati, con costi di compliance che diventerebbero insostenibili per le piccole e medie realtà, avvantaggiando di fatto i colossi internazionali della tecnologia, ben più attrezzati per districarsi in queste maglie burocratiche.
Il nodo della trasparenza e l’ombra di un meccanismo obsoleto
Oltre allo scontro tra chi difende i diritti d’autore e chi denuncia una patrimoniale occulta sulla tecnologia, il decreto riapre una ferita antica legata alla gestione dei fondi. L’Istituto italiano per l’Industria Culturale (IsiCult), attraverso il suo presidente Angelo Zaccone Teodosi, ha sollevato più di una perplessità, domandandosi se abbia ancora senso un prelievo forzoso per un diritto, quello alla copia privata, che i consumatori esercitano sempre meno. Il problema, secondo l’istituto, non è il sostegno agli autori, ma la modalità con cui lo si persegue: un meccanismo indiretto e opaco, che sottrae risorse alle tasche dei cittadini per riversarle in un sistema la cui trasparenza sulla distribuzione finale delle somme è quantomeno discutibile. Non esistono, a oggi, dati pubblici dettagliati su come vengano esattamente spartiti i proventi di questo tributo, al di là delle percentuali generali previste dalla legge per autori, produttori e artisti. Una critica, quella di IsiCult, che aggiunge un tassello di complessità a un quadro già di per sé incandescente, in cui l’innovazione tecnologica e le abitudini di consumo sembrano viaggiare a una velocità molto superiore rispetto a quella del legislatore.
Il decreto Giuli, insomma, fotografa un’epoca di transizione in cui un istituto nato per l’analogico cerca faticosamente di adattarsi al digitale, finendo per scontrarsi con la realtà di un mercato che di quella copia privata, forse, non sa più che farsi. I produttori di hardware e i fornitori di servizi cloud, dal canto loro, si preparano alla battaglia legale, forti di un precedente del Consiglio di Stato che nel 2023 aveva già annullato un precedente decreto ministeriale per la mancanza di criteri trasparenti nelle esenzioni. L’esito di questo braccio di ferro, tra chi vede nel cloud una miniera da tassare e chi invece lo considera un diritto da preservare, deciderà non solo il costo di un abbonamento, ma la direzione stessa della sovranità digitale del paese.




