I custodi senza pudore: quando anche i garanti imparano l’arte dell’impunità
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Redazione Interno
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La mattina del blitz, con gli uomini della guardia di finanza che prendevano posto negli uffici di piazza Venezia, ha messo una pietra tombale su qualsiasi residua finzione di autorevolezza. L’inchiesta della procura di Roma, che contesta peculato e corruzione, ha svelato un meccanismo che, pur non essendo stato ancora provato in tribunale, appare per molti versi imbarazzante. La sequela di episoli, che vanno dai viaggi alle spese, dipinge un quadro in cui l’interesse privato sembra avere spesso scavalcato il dovere istituzionale, mentre il presidente, Pasquale Stanzione, uscendo dalla sede si limitava a dichiararsi “tranquillissimo” prima di sottrarsi alle domande dei cronisti. Un silenzio, il suo, che strideva con il clamore delle accuse e che sembrava confermare una certa distanza dalle aspettative di chi, in quell’autorità, dovrebbe trovare un baluardo.
L’allarme inascoltato e il peso delle responsabilità
Come spesso accade, le rivelazioni giudiziarie arrivano dopo che i segnali d’allarme, lanciati da chi fa informazione, erano già risuonati nel pubblico dominio. Sigfrido Ranucci, il volto storico del programma d’inchiesta Report, non usa mezzi termini nell’evidenziare come molte delle accuse mosse oggi fossero già documentate diversi mesi fa. «Ora tutti a chiedere le dimissioni», attacca Ranucci, «ma per me avrebbero dovuto lasciare allora». La sua riflessione, che paragona i vertici dell’autorità al «pianista del Titanic», intento a suonare mentre la nave affonda, coglie un punto centrale: l’attaccamento a una poltrona che garantisce stipendi elevati, si parla di circa duecentocinquantamila euro annui, può annebbiare la percezione del dovere e della crisi di credibilità che ne deriva.
Il caso Meta: una sanzione evaporata
Tra i capitoli più emblematici dell’inchiesta spicca la vicenda della sanzione a Meta. Il decreto di perquisizione riferisce di una procedura riguardante gli smartglasses, dispositivi ritenuti critici per la privacy. Quel che colpisce non è solo la sostanza, ma il tortuoso iter che avrebbe portato a svuotare di significato l’azione dell’autorità. La multa, inizialmente ipotizzata in quarantaquattro milioni di euro, sarebbe stata prima ridotta a dodici milioni e mezzo, poi a un solo milione, per essere infine annullata in autotutela a causa di un “ritardo procedurale”. Una dinamica che, se confermata, trasforma un potenziale atto di garanzia in un esempio di inefficacia, sollevando interrogativi su pressioni, tentennamenti o calcoli estranei alla tutela dei cittadini.
La cultura dell’impunità che normalizza l’abuso
C’è una costante, in queste storie, che ritorna con ossessiva puntualità: la cultura dell’impunità precede sempre le leggi che, di fatto, la normalizzano. Quando a mostrare queste crepe è un’autorità indipendente nata per vigilare sugli abusi, il problema supera la soglia dell’ipocrisia istituzionale e diventa sistemico. Non si tratta, qui, di un ministero esposto alla lotta politica o di un portaborse troppo zelante; si è nel cuore di un organismo che dovrebbe essere il primo a dare l’esempio di rigore e trasparenza. L’ex segretario generale, che da accusato si è trasformato in accusatore collaborando con la magistratura, ha contribuito a dipanare una matassa di comportamenti che, nel loro insieme, sembrano rispondere a una logica di gruppo piuttosto che al dettato della legge. Il fatto che i telefoni dei vertici risultassero spenti o inaccessibili nel giorno delle perquisizioni è, in tal senso, un dettaglio significativo, che parla di un istinto di chiusura piuttosto che di disponibilità a chiarire.




