L'intelligenza artificiale accelera, ma il mondo resta diviso in due
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
L’intelligenza artificiale, che ormai conta 1,2 miliardi di utenti, si è imposta come la tecnologia dalla diffusione più rapida della storia umana, superando in pochi anni i ritmi di penetrazione di internet, del computer domestico e dello smartphone. A certificare questa crescita senza precedenti è il primo AI Diffusion Report del Microsoft AI Economy Institute, il quale, analizzando oltre cento paesi, ne misura l’impatto attraverso tre dimensioni fondamentali: i creatori dei modelli più avanzati, i possessori dell’infrastruttura computazionale e, non ultimi, gli utenti finali. Questo sviluppo fulmineo, però, non si traduce in benefici uniformi, creando anzi una frattura digitale di nuova generazione dove chi detiene le risorse progredisce a una velocità doppia rispetto a chi ne è escluso.
Il paradosso della produttività
Si delinea così un paradosso evidente: nonostante l’adozione di massa, i miglioramenti tangibili in termini di produttività rimangono, nel complesso, piuttosto modesti. I dati più recenti indicano che l’AI può aumentare l’efficienza fino al 40%, un balzo straordinario che, tuttavia, coesiste con una realtà in cui alcuni lavoratori diventano quasi un quinto più lenti, probabilmente a causa di un approccio non ottimale allo strumento. Questo scenario apre la strada a futuri possibili, che spaziano da stipendi più elevati e una creazione di nuove professioni fino all’aggravarsi delle disuguaglianze economiche, un ventaglio di esiti che dipenderà dalle scelte di governance e dalla capacità di investire in una formazione adeguata.
Amplificare, non sostituire
La questione di fondo, come sottolinea Luciano Floridi nel suo recente saggio “La differenza fondamentale”, è se permetteremo a questa tecnologia di sostituirci o se, al contrario, la useremo per potenziare le nostre capacità più autenticamente umane. La trasformazione in atto, che investe la vita quotidiana, l’economia, il lavoro e la cultura, è troppo rapida per essere affrontata con schemi mentali obsoleti, abituati a evoluzioni graduali. L’interrogativo decisivo non riguarda più la velocità di adozione, bensì la direzione che intendiamo darle, ponendo l’accento su un’agency artificiale che sia di supporto e non un mero surrogato dell’intelligenza umana.
Il caso italiano tra dati e formazione
In questo contesto globale, l’Italia gioca una sua partita, la cui sfida principale si concentra su tre pilastri: la gestione dei dati, la costruzione di un rapporto di fiducia e un investimento deciso nella formazione. Aziende come Engineering, attive nel settore fin dagli anni Ottanta, incarnano questo percorso avendo sviluppato ENGGPT, un modello linguistico proprietario basato sulla lingua italiana, e partecipando attivamente ai tavoli di discussione internazionali. L’esperienza italiana, quindi, dimostra come la corsa all’AI non sia appannaggio esclusivo delle grandi potenze tecnologiche, ma possa contare su ecosistemi locali che, pur affrontando il divario infrastrutturale, puntano a customizzare le soluzioni e a creare competenze specifiche.




