La bufera Pam sul test del carrello, oggi vertice con i sindacati
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Redazione Interno
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La pratica aziendale, che gli ispettori interni mettono in atto fingendosi normali acquirenti, consiste nell’occultare alcuni articoli tra la spesa, simulando in questo modo una sottrazione di merce. Se, durante la fase di transito alla cassa, il dipendente non rileva la discrepanza tra gli articoli effettivamente presenti e quelli registrati, scatta automaticamente una procedura disciplinare che, in diversi casi documentati, è sfociata in un licenziamento in tronco. Una metodologia che, stando alle ricostruzioni, sembrerebbe essere assai più diffusa di quanto non si potesse inizialmente sospettare, interessando non solo la Toscana ma anche punti vendita situati nel Lazio.
Il caso di Fabio Giomi
Proprio su questo meccanismo, giudicato da più parti insidioso, si è incagliata la posizione lavorativa del senese Fabio Giomi, un uomo di sessantadue anni licenziato dal supermercato Pam Panorama di Porta Siena dopo aver, a quanto si apprende, fallito la prova. Il lavoratore, che ha deciso di intraprendere una vertenza legale contestando le motivazioni addotte dall’azienda, è diventato il simbolo di una protesta che unisce le sigle sindacali. La sua storia personale, come altre del resto, solleva interrogativi non banali sulle effettive responsabilità di un cassiere, il quale è chiamato a svolgere una mansione ripetitiva sotto pressione, senza per questo poter essere trasformato in una guardia giurata.
La posizione dei sindacati e l’incontro odierno
I sindacati, da parte loro, hanno definito il “test del carrello” una procedura “altamente lesiva della dignità dei lavoratori”, minacciando di ricorrere al prefetto qualora l’azienda non ritirasse il provvedimento che ha colpito Giomi. L’appuntamento di oggi a Roma, tra i vertici di Pam Panorama e le rappresentanze dei lavoratori, assume perciò un rilievo cruciale, poiché metterà per la prima volta ufficialmente sul tavolo la discussione circa la legittimità di tali metodi di controllo e la sorte di diversi dipendenti che hanno subito sospensioni o licenziamenti. Se ne contano, stando a quanto emerso, almeno una decina nella sola area romana, a testimonianza di un approccio sistematico che va ben oltre i casi isolati.
Il nodo delle responsabilità del cassiere
La questione di fondo, che trascende il singolo episodio disciplinare, investe la natura stessa del rapporto di fiducia tra azienda e dipendente. C’è da chiedersi, infatti, se un addetto alla cassa – il cui compito principale è scorrere velocemente i prodotti ed evitare code eccessive – possa essere ritenuto responsabile di non aver individuato merce volutamente nascosta da un “cliente” che, in realtà, è un ispettore inviato per tendere una trappola. Quel che accade, in sostanza, è che una disattenzione, per quanto comprensibile in un ambiente di lavoro frenetico, viene equiparata a una negligenza grave o a una complicità in un furto, sebbene simulato. Una forzatura che rischia di creare un clima di sospetto e di insicurezza costante tra gli addetti, i quali si troverebbero a dover scrutare ogni carrello con la medesima diffidenza riservata a potenziali malintenzionati.




