Pam, la vertenza sul test del carrello arriva dal prefetto
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Redazione Interno
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La vertenza per il licenziamento di Fabio, il quale lavorava nel punto vendita di Porta Siena, si appresta a varcare la soglia del prefetto, mentre i sindacati, che ne hanno assunto le ragioni, contestano con fermezza una prassi aziendale ritenuta vessatoria. La pratica in questione, una simulazione di furto orchestrata da ispettori interni e denominata “test del carrello”, viene descritta come un metodo volto a saggiare, attraverso tranelli prestabiliti, la vigilanza dei cassieri; questi ultimi, posti di fronte a trucchi come l’alterazione dei prezzi o il occultamento di prodotti, vedrebbero il proprio posto di lavoro minacciato da un esito negativo della prova.
Un metodo che si espande
Quello che poteva apparire come un episodio circoscritto alla Toscana, dove tre dipendenti hanno perso l’impiego, rivela invece una diffusione più ampia e sistematica, interessando in modo particolare la capitale. Nei venticinque supermercati romani, infatti, si sarebbero registrati almeno altri dieci casi analoghi nel giro di soli tre mesi, un dato che delinea un’operazione su vasta scala. A ciò si aggiungono, secondo quanto emerge dalle proteste, presunte lettere di lamentele strumentali e una serie di pressioni psicologiche che trasformerebbero l’ambiente di lavoro in un campo di scrutinio continuo, dove al dipendente viene chiesto, sostanzialmente, di assolvere anche a compiti di vigilanza non previsti dal suo ruolo.
La struttura del controllo sotto copertura
Il meccanismo, che alcuni definiscono anche “test del finto cliente”, si basa sull’azione di addetti ai controlli che agiscono nell’anonimato, mascherati da normali acquirenti. Costoro, durante il loro giro di ispezione, possono nascondere articoli di valore tra altri prodotti nel carrello, oppure scambiare le etichette per confondere i prezzi, creando di proposito situazioni di difficoltà per chi sta alla cassa. La mancata segnalazione di tali anomalie, interpretata come disattenzione o negligenza, costituirebbe quindi il fondamento giuridico per l’avvio di procedimenti disciplinari che, in diversi casi, sono sfociati in un licenziamento in tronco.
Le conseguenze sulla democrazia aziendale
Al di là dei singoli episodi, la questione solleva interrogativi più profondi riguardanti i limiti del potere direttivo e il rispetto della dignità di chi lavora. L’utilizzo di simili metodologie, peraltro non nuovissime nel settore della grande distribuzione ma ora applicate con un’intensità inedita, finisce per erodere quel clima di fiducia reciproca che dovrebbe caratterizzare i rapporti interni. Si crea, inevitabilmente, un atmosfera di sospetto e di apprensione continua, nella quale il lavoratore si sente costantemente osservato e giudicato per azioni che esulano dalle sue mansioni contrattuali, trasformando un normale turno di lavoro in una sequenza di potenziali trappole.




