Pam, vertenza sul test del carrello: a Roma dieci licenziati in tre mesi
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Redazione Interno
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La pratica aziendale definita “test del carrello”, che ha portato al licenziamento in tronco del senese Fabio Giomi, finisce oggi sul tavolo dell’incontro tra i vertici di Pam Panorama e le organizzazioni sindacali. L’episodio, che risale allo scorso periodo nel punto vendita di Porta Siena, ha sollevato un dibattito sulle metodologie di controllo adottate dalla catena di distribuzione, spingendo il lavoratore, un cassiere di sessantadue anni, ad avviare una vertenza sia in sede legale che di fronte alle autorità prefettizie. La procedura, come emerso dalle ricostruzioni, prevede che degli ispettori interni, fingendosi normali acquirenti, occultino deliberatamente alcuni articoli tra la spesa oppure alterino le etichette dei prezzi, simulando in tal modo una sottrazione di merce; qualora il dipendente, durante la fase di transazione alla cassa, non rilevi la discrepanza, scatta automaticamente un provvedimento disciplinare che può giungere fino al licenziamento per quella che viene classificata come una grave disattenzione.
Una strategia che si estende
Quello che poteva apparire come un caso isolato, confinato ai supermercati della Toscana, rivela invece una diffusione più ampia e sistematica, interessando in modo particolare la capitale. Nei venticinque punti vendita romani, stando a quanto riferito dai rappresentanti dei lavoratori, negli ultimi tre mesi sarebbero stati licenziati almeno dieci dipendenti a seguito del medesimo meccanismo di controllo. Una serie di provvedimenti che, sebbene motivati ufficialmente da carenze nel servizio clienti, dipingono il quadro di un monitoraggio capillare e insistito, il quale non si limita alla sola prova simulata ma comprenderebbe, a quanto pare, anche l’utilizzo di presunte lettere di reclamo, sollevando perplessità sull’effettiva equità di tali valutazioni.
Le critiche dei sindacati
Le organizzazioni sindacali, da parte loro, contestano fermamente la legittimità e l’etica di questa procedura, giudicandola non solo lesiva della dignità professionale dei singoli ma anche profondamente destabilizzante per il clima lavorativo. Sostengono, infatti, che trasformare un normale cassiere in una sorta di vigilante non rientri affatto nelle mansioni contrattualmente previste, creando un ambiente di sospetto e di pressione psicologica difficilmente sostenibile. Viene messo in discussione, in altre parole, il principio stesso di una democrazia sul luogo di lavoro, dove il rapporto di fiducia tra datore e prestatore d’opera viene sostituito da una logica di trappole e di tranelli, alcuni dei quali particolarmente ingegnosi, come nascondere prodotti tra le confezioni di latte o invertire i cartellini dei prezzi per trarre in errore chi sta lavorando.
La risposta dell’azienda attesa a Roma
L’appuntamento di oggi a Roma rappresenta dunque il primo confronto ufficiale su una questione che ha ormai superato i confini regionali, mettendo sotto i riflettori una politica del personale che appare sempre più rigida. Se da un lato l’impresa ha tutto il diritto di vigilare sulla corretta esecuzione del lavoro e sulla prevenzione delle perdite, dall’altro si pone il problema della proporzionalità della sanzione, che per una singola, presunta disattenzione arriva a recidere un rapporto di lavoro, specialmente quando a essere colpiti sono dipendenti con molti anni di servizio alle spalle. L’esito di questo tavolo di trattativa è atteso con interesse, poiché potrebbe determinare un cambio di rotta nelle modalità con cui vengono condotti questi test, i quali, sebbene non illegali, sollevano interrogativi non trascurabili sul piano delle tutele fondamentali.




