Pam Panorama conferma i licenziamenti dopo il test del carrello: "Controlli necessari per l'aumento dei furti"
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Redazione Interno
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Un acquirente, che nulla avrebbe dovuto distinguere dalla normale clientela, compie la spesa in un supermercato inserendo, fra gli articoli legittimamente scelti, piccoli oggetti non dichiarati; elastici per capelli o matite, ad esempio, celati con discrezione. È solo al momento del passaggio in cassa che l’individuo si rivela, dichiarandosi ispettore incaricato e ponendo fine all’operazione definita “test del carrello”, una prova il cui esito, qualora negativo, può determinare le più severe conseguenze per il dipendente sottopostovisi. La catena Pam Panorama, dopo le polemiche sollevate dalle organizzazioni sindacali, ha deciso di uscire pubblicamente allo scoperto, confermando, senza mezzi termini, l’avvenuto licenziamento di un numero di lavoratori nei punti vendita delle province di Siena e Livorno, i quali avrebbero fallito ripetutamente questo tipo di verifica.
La difesa dell'azienda
La posizione ufficiale del gruppo, espressa in un comunicato che non lascia spazio a fraintendimenti, ribadisce "con fermezza non solo la piena legittimità, ma anche l’assoluta necessità di tali verifiche". Queste, viene spiegato, sono da considerarsi indispensabili per garantire quella che l’azienda definisce "integrità operativa" e per implementare efficaci strategie di contenimento delle perdite. La pratica, secondo Pam Panorama, rientrerebbe perfettamente nelle consuete prassi del settore della distribuzione organizzata, le quali, sebbene possano apparire intrusive, sono giustificate da un contesto di sicurezza sempre più precario. L’azienda, infatti, si è affrettata a specificare che tali eventi non hanno condotto a una riduzione generale dell’organico, scongiurando l’ipotesi che si trattasse di semplici tagli del personale mascherati da provvedimenti disciplinari.
Il contesto della criminalità
A motivare una simile severità, viene indicato un preoccupante fenomeno di escalation criminale che affliggerebbe l’intero comparto. Furti, che assumono le forme più disparate, e altri episodi di delinquenza stanno erodendo i margini di esercizio, creando un danno economico che Pam Panorama quantifica in una cifra spaventosa: trenta milioni di euro sottratti complessivamente. È in questo quadro, dove la sicurezza fisica e patrimoniale dei market viene percepita come sempre più vulnerabile, che il “test del finto cliente” assume, per la direzione, un carattere di impellenza. Si tratterebbe, in sostanza, di uno strumento di controllo preventivo, l’unico in grado di testare l’effettiva applicazione dei protocolli antifurto da parte del personale a diretto contatto con la merce e con il denaro.
La reazione sindacale e il caso simbolo
Le decisioni adottate hanno scatenato l’ira delle sigle di categoria, tra cui Filcams, Fisascat e Uiltucs, le quali hanno denunciato metodi considerati aggressivi e lesivi dei diritti dei lavoratori. La vertenza, che ha ormai oltrepassato i confini regionali, ha trovato un suo volto simbolico in quello di un dipendente di 62 anni, la cui storia personale è diventata emblema di un più ampio conflitto. Senza entrare nel merito delle singole posizioni, la situazione evidenzia una frattura profonda tra la necessità aziendale di proteggere il proprio patrimonio e le tutele del mondo del lavoro, in un braccio di ferro i cui esiti sono ancora tutti da definire e che si inserisce in un dibattito più ampio sulle modalità di controllo della produttività e dell’onestà negli ambienti di vendita.




