La missione del cardinale Zuppi in Ucraina: un segno di diplomazia umanitaria che parte dai prigionieri
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Redazione Esteri
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C’è una diplomazia che si misura con le mappe, i confini, le sfere d’influenza, gli oleodotti, le basi militari. È quella dei rapporti di forza. Poi ce n’è un’altra, più fragile, più esposta, spesso più concreta, che comincia da domande elementari: chi può aprire una strada, un varco, un canale, un corridoio, prima che sia troppo tardi? La diplomazia umanitaria nasce lì, non quando la guerra è finita, ma quando la guerra pretende di occupare tutto: la politica, la memoria, le famiglie, la lingua, perfino il futuro.
Non sostituisce la diplomazia degli Stati, ma impedisce che la pace venga ridotta a una contabilità di territori, ricordando alle cancellerie, agli eserciti e agli organismi internazionali che una pace costruita dimenticando ad esempio i bambini non è pace, solo una tregua tra adulti. La missione vaticana in Ucraina ha scelto un terreno più circoscritto e verificabile: salvare vite mentre la politica continua a fallire, promuovendo la tutela dei civili e i negoziati per il rilascio dei minori trasferiti in Russia.
La visita al campo di prigionia Zakhid-1
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana e inviato speciale della Santa Sede, ha visitato il campo di detenzione "Zakhid-1" nella regione di Leopoli, lungo il confine con la Polonia, dove sono reclusi i prigionieri di guerra che hanno combattuto nelle file dell'esercito russo.
Si tratta di uno dei cinque campi di tutta la nazione in cui sono detenuti quanti sono stati catturati sui campi di battaglia, e non tutti sono russi: il centro ospita infatti anche soldati bielorussi, congolesi, coreani, peruviani, nigeriani e filippini, rappresentando cinquantatré nazioni diverse.
Accompagnato dal nunzio apostolico in Ucraina, l'arcivescovo Visvaldas Kulbokas, e dall'ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, Zuppi ha potuto constatare le condizioni di vita e detenzione dei prigionieri, visitando le docce recentemente ristrutturate, le stanze, la sala comune con le tute mimetiche, la chiesetta interna e la piccola infermeria dove vengono curati problemi articolari, malattie contratte in trincea o ferite provocate dalle schegge degli ordigni.
L'ambasciatore Yurash ha sottolineato che l'Ucraina dimostra ancora una volta di essere una nazione civile, aperta al dialogo e alla ricerca di percorsi che conducano a una pace giusta e duratura, e che la struttura rispetta tutti gli standard internazionali, essendo aperta a chiunque desideri constatare le condizioni in cui il Paese detiene i prigionieri.
I doni e il messaggio di speranza del Papa
Nel corso dell'incontro, il cardinale Zuppi ha portato ai detenuti un messaggio personale di Papa Leone XIV, consegnando tre doni simbolici: un portachiavi con lo stemma pontificio, perché «io spero che presto ci mettete la chiave di casa, per aprire la casa e abbracciare i vostri cari»; il santino della Madonna Salus Populi Romani, cara a Papa Francesco, «per i cristiani l'immagine di nostra Madre, ma per tutti l'immagine della speranza»; e infine un'immagine di Papa Leone che «mi ha mandato qui per dirvi che prega per la pace e perché finisca la guerra».
Il porporato ha voluto soffermarsi con decine di detenuti, scambiando alcune battute in francese o in spagnolo con il tratto gioviale che lo contraddistingue, e ascoltando brevemente le loro storie. A un venticinquenne con una gamba amputata che usava le stampelle, ha detto: «Ma sei piccolo, quanti anni hai? Speriamo che possa metterti presto una protesi».
«Leone XIV mi ha mandato qui per essere voce di speranza in mezzo a voi e per dire che è accanto a tutti quelli che soffrono a causa della guerra», ha ribadito Zuppi, ripetendo più volte che «il Papa prega perché la guerra possa finire il prima possibile» e si impegna affinché «tutti voi possiate tornare al più presto a casa».
L'impegno della Santa Sede sul fronte umanitario
La missione del cardinale Zuppi, avviata nel giugno 2023 su mandato di Papa Francesco e confermata da Papa Leone XIV, si inserisce in un più ampio lavoro diplomatico che la Santa Sede porta avanti fin dall'inizio del conflitto per alleviare le sofferenze provocate dalla guerra e favorire misure di fiducia reciproca.
Al centro di queste missioni non vi sono mai stati negoziati politici in senso stretto, bensì la costruzione di un percorso umanitario fondato sulla fiducia reciproca, concentrandosi su due dossier particolarmente sensibili: il ritorno dei bambini ucraini trasferiti in territorio russo o nelle aree occupate e il miglioramento delle condizioni per lo scambio e il rilascio dei prigionieri di guerra. Il Vaticano ha mantenuto contatti con entrambe le parti proprio su queste questioni, privilegiando una diplomazia discreta e spesso lontana dall'attenzione mediatica.
Già nei mesi successivi alla prima missione, Zuppi aveva incontrato la leadership ucraina a Kiev, il presidente americano Biden a Washington, esponenti del governo cinese a Pechino e funzionari russi a Mosca, ad esclusione di Vladimir Putin che ha preferito delegare ad altri il faccia a faccia con l'inviato vaticano.
Canali che non cancellano il conflitto sulle responsabilità, ma lo attraversano al solo scopo di salvare vite umane, prevenire nuove violazioni e aprire piste negoziali che potranno un giorno consentire al negoziato per la pace di battere piste aperte dalla Santa Sede.
La giornata del battesimo della Rus' di Kiev
Terzo giorno della missione, il cardinale Zuppi ha preso parte alla cerimonia per il battesimo della Rus' di Kiev, una festa civile e religiosa per l'Ucraina che lega le sue radici al principe Volodymyr il Grande, colui che aveva portato il cristianesimo in Ucraina, ed è santo per la Chiesa d'Oriente.
Zuppi, ospite d'onore alla cerimonia istituzionale voluta dal presidente Volodymyr Zelensky, ha deposto una corona di fiori durante il rito pubblico nella piazza di fronte al monastero dorato di San Michele, divenuto un memoriale di guerra fin dai primi giorni dell'invasione russa.
In quell'occasione, ha recitato una preghiera «per la cara Ucraina», chiedendo al Signore «una pace giusta», il «coraggio e la saggezza per essere costruttori di pace» e che «i prigionieri possano tornare a casa, i bambini riabbracciare le loro famiglie, i dispersi siano ritrovati e tutti possano piangere davanti al corpo del proprio caro che è caduto».
I quattro ambiti d'azione della diplomazia umanitaria della Santa Sede che, grazie alla missione del cardinale Zuppi, hanno permesso di creare un canale fra Kiev e Mosca per salvare vite e favorire il dialogo fra le due capitali come via che possa incoraggiare i negoziati ancora in stallo.
Nella messa mattutina nella cappella della nunziatura apostolica di Kiev, concelebrata con il nunzio Kulbokas, Zuppi ha infine ricordato che «il nome Volodymyr significa "principe della pace", e possa san Volodymyr illuminare le menti e il cuore dei due capi di Stato per aprire strade di giustizia e pace».




