Il sistema sanitario di Gaza resta al collasso e i bambini ne pagano il prezzo più alto
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Redazione Esteri
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Il cessate il fuoco, entrato in vigore ormai da diversi mesi, non ha portato quella tregua umanitaria che ci si sarebbe aspettati per le infrastrutture sanitarie della Striscia di Gaza. Anzi, le segnalazioni che arrivano dagli operatori internazionali e dalle stesse autorità sanitarie locali dipingono il ritratto di un sistema al limite, dove la sopravvivenza di migliaia di pazienti, e in particolare dei più piccoli, è appesa a un filo, o meglio, all’ultimo giro di un generatore ormai esausto. Nonostante i valichi siano aperti e qualche camion di aiuti entri, la realtà dei fatti è che la quantità e, soprattutto, la tipologia di beni permessi non sono sufficienti a tamponare un’emergenza che dura ormai da anni. Le richieste di aiuto, come quella lanciata nelle scorse ore dalla direzione di uno dei principali ospedali della zona centrale, non riguardano più soltanto medicinali specialistici, ma beni di primaria necessità per il funzionamento base delle strutture: olio per i generatori e pezzi di ricambio per mantenerli in funzione, pena il ritorno al buio totale nelle sale operatorie e nei reparti di terapia intensiva.
Una lotia quotidiana tra macerie e carenze
Le testimonianze di chi opera sul campo, come i medici di Medici Senza Frontiere o i volontari delle ONG internazionali, descrivono un contesto surreale e drammatico. Uscire dall’ospedale, per loro, significa immergersi in un paesaggio di distruzione dove i bambini, denutriti e disperati, rincorrono i mezzi umanitari nella speranza di ricevere qualcosa da mangiare. All'interno delle strutture, che un tempo erano presidi sanitari e oggi sono rifugi di fortuna, la sfida è quella di operare con strumenti recuperati chissà dove, imparando a "sporcarsi le mani" in condizioni proibitive, come ha raccontato un chirurgo italiano reduce da una missione. Dei 36 ospedali presenti prima dell'escalation, solo una diciotto sono parzialmente funzionanti, ma lavorano con organici ridotti all'osso e una cronica mancanza di attrezzature di base, dai guanti ai disinfettanti, fino ai ferri chirurgici più semplici. Il dato, allarmante, è che a essere carenti non sono solo i macchinari sofisticati, ma il materiale di consumo quotidiano, quello che in qualsiasi altro contesto ospedaliero viene dato per scontato.
L'emergenza nascosta nei laboratori e nelle terapie
A rendere ancora più precaria la situazione è il collasso silenzioso di quei servizi di supporto indispensabili per qualsiasi cura. I laboratori di analisi e le banche del sangue, secondo quanto denunciato dal Ministero della Salute locale, sono al rischio di un blocco totale a causa del fermo prolungato dell'ingresso di reagenti e materiali di consumo. La carenza di test di laboratorio ha raggiunto livelli critici, superando l'84% in alcuni settori, il che significa che molte diagnosi non possono essere confermate e molti interventi chirurgici, che richiedono esami pre-operatori, vengono rimandati a tempo indeterminato. A ciò si aggiunge la mancanza di medicinali specifici per patologie croniche, come quelle oncologiche o cardiache, e l'impossibilità di garantire una terapia del dolore dignitosa per i feriti, molti dei quali bambini con ustioni o traumi da esplosione che richiederebbero cure specialistiche e prolungate. La parziale riapertura del valico di Rafah, se da un lato ha permesso un esiguo flusso di aiuti e l'evacuazione di un numero limitatissimo di pazienti, dall'altro ha riacceso le speranze di migliaia di famiglie in attesa di un permesso d'uscita per salvare i propri figli.
Vite sospese in attesa di un'evacuazione
Per i pazienti più gravi, come i bambini oncologi o quelli con gravi malformazioni, l'unica speranza rimane l'evacuazione medica verso strutture attrezzate in Egitto, Giordania o in altri paesi. Tuttavia, nonostante gli accordi internazionali, il numero di autorizzazioni alle partenze resta drammaticamente inferiore al reale bisogno. Si parla di oltre ventimila feriti e malati in lista d'attesa, un numero che include migliaia di bambini le cui condizioni, giorno dopo giorno, si aggravano irrimediabilmente. Le storie che emergono sono quelle di piccoli pazienti con arti cancrenosi che avrebbero potuto essere salvati con una semplice medicazione o con un intervento tempestivo fuori dalla Striscia, e che invece ora si trovano ad affrontare amputazioni e disabilità permanenti. La burocrazia, le liste di attesa e i dinieghi senza apparente motivo trasformano il diritto alla cura in una lotta contro il tempo che la maggior parte di questi bambini, purtroppo, non può vincere.




