Gaza, tank israeliani in avanzata a Città Gaza: otto bambini uccisi nei raid

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte su Gaza è di nuovo squarciata dalle esplosioni, il cui bagliore sinistro illumina a intermittenza un panorama di distruzione che si fa, giorno dopo giorno, più cupo e desolato. I carri armati israeliani, dopo aver consolidato le posizioni periferiche, hanno spinto il loro avanzamento verso il centro di Gaza City, penetrando con forza nel sobborgo di Sabra, in un’operazione che le fonti di Tel Aviv definiscono “mirata” ma il cui prezzo, pagato dalla popolazione civile, è altissimo e tragicamente misurabile in decine di vittime. Nei raid aerei e negli scontri a fuoco delle ultime ore – stando a quanto riportato dagli ospedali locali e da media come Al Jazeera – hanno perso la vita almeno 51 palestinesi, un numero che include, in modo particolarmente straziante, otto bambini.

Alcuni di loro, quattro per la precisione, sono stati uccisi mentre cercavano un riparo di fortuna tra le tende degli sfollati a Khan Younis, nel sud della Striscia; altri due sono morti sotto le bombe a Jabalia an-Nazla. Si tratta di vittime che vanno ad aggiungersi a un bilancio, complessivo e in continua evoluzione, che i medici descrivono come “catastrofico”, aggravato ulteriormente da una carestia strisciante che spinge molti a rischiare la vita pur di trovare del cibo. L’esercito israeliano, dal canto suo, sostiene di colpire esclusivamente obiettivi militari di Hamas, accusando il gruppo di utilizzare i civili come scudi umani, una dinamica che però non placa le polemiche né ferma le critiche.

Il governo Netanyahu, nonostante la pressione internazionale e il malcontento interno che serpeggia ormai apertamente, prosegue infatti con il pugno di ferro, una linea dura che trova eco nelle dichiarazioni infuocate di esponenti dell’esecutivo come il ministro Bezalel Smotrich, il quale ha dichiarato senza mezzi termini che “chi non evacua Gaza City muoia o si arrenda”. Un linguaggio che riflette la determinazione di un esecutivo sotto stress, il quale deve fare i conti anche con una frattura sempre più profonda nell’opinione pubblica israeliana.

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