World Press Photo 2026, l’italiana Chantal Pinzi vince con la sfida delle donne marocchine alla tradizione equestre
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Redazione Interno
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Sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2026, e tra questi – a conferma di una certa vivacità nel fotogiornalismo nostrano – figura anche una fotografa italiana: Chantal Pinzi, classe 1996, premiata per il suo progetto Farīsāt: Gunpowder’s Daughters. Il lavoro, che si concentra su un’antica pratica equestre del Marocco nota come Tbourida, storicamente riservata agli uomini, ha saputo raccontare con sguardo intimo e al contempo politico l’irruzione femminile in uno spazio culturale da sempre interdetto. La stessa Pinzi, condividendo la notizia sul suo profilo Instagram, ha offerto una chiave di lettura che evita ogni retorica superficiale: “Quando le donne entrano in spazi dominati dagli uomini – ha scritto – non si limitano a cavalcare ma resistono”.
Un racconto per immagini che parte dalla polvere e dal galoppo
Il reportage vincitore, che farà parte di una mostra itinerante destinata a girare il mondo, non si limita a documentare l’eccezionalità di vedere donne in sella a cavalli impennati, cariche di polvere da sparo e vesti tradizionali. Pinzi, piuttosto, sceglie di immergersi nella Tbourida, una rievocazione storica e militare che richiede disciplina, potenza fisica e un profondo legame con l’animale. Sono dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto: la rigidità delle pose, la tensione nei polsi, la coordinazione millimetrica tra i cavalieri. Ed è proprio lì, in quel vuoto di presenza maschile che si va colmando, che l’obiettivo dell’italiana coglie una trasformazione silenziosa ma irreversibile. Non si tratta di una semplice rivendicazione di parità, quanto piuttosto di una riscrittura rea di un rito che per secoli ha escluso le donne.
Un concorso globale tra guerra, clima e riscatto femminile
Il World Press Photo Contest 2026, che si propone come ogni anno di “connettere il mondo alle storie che contano”, ha selezionato i suoi vincitori regionali da un ventaglio di tematiche tanto vaste quanto drammatiche. Accanto ai lavori di Pinzi, altri fotografi hanno portato alla luce i fronti più caldi dell’attualità: i conflitti in Ucraina e nella striscia di Gaza, le conseguenze estreme della crisi climatica, le ondate di proteste globali. E poi ancora malattie, catastrofi naturali, lutti collettivi che disegnano un pianeta sempre più in balia di tensioni e collassi. Eppure, come dimostra il caso della fotografa italiana, il concorso non celebra solo la tragedia: c’è spazio anche per storie di resilienza, per tradizioni nascoste che diventano strumento di emancipazione. La scelta di premiare *Farīsāt: Gunpowder’s Daughters* rientra proprio in questa seconda categoria, quella che predilige uno sguardo laterale, meno urlato ma altrettanto incisivo.
L’assenza di retorica e la forza di una cavalcata silenziosa
Non ci sono dichiarazioni trionfalistiche né concessioni al facile patriottismo nella vicenda di Chantal Pinzi. La sua vittoria, semmai, parla da sé attraverso le immagini: donne che imbracciano fucili cerimoniali, che indossano abiti tradizionali senza tradirli, che avanzano al passo di un cavallo senza chiedere il permesso. Ed è forse questo il punto più alto del suo lavoro – la capacità di mostrare senza spiegare, di lasciare che sia la polvere sollevata dagli zoccoli a raccontare la fatica e la gioia di occupare uno spazio negato. Il World Press Photo, da parte sua, conferma così la propria attenzione verso quei fotografi documentaristi, sparsi in ogni angolo del globo, che sanno trasformare un’inquadratura in un atto di resistenza quotidiana. Quella di Pinzi, del resto, è una resistenza silenziosa ma inequivocabile: non c’è bisogno di urlare, quando si impara a cavalcare.




