La fotografa italiana che sta facendo parlare il mondo e quel racconto per immagini della “tbourida” marocchina

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è una storia, dentro il World Press Photo 2026, che arriva dal Marocco e porta la firma di un’italiana, Chantal Pinzi. Lo scorso 9 aprile, la più importante competizione internazionale di fotogiornalismo ha annunciato i vincitori regionali di un’edizione che, va detto, ha raccolto circa 58mila immagini provenienti da oltre tremila fotografi sparsi in 141 Paesi. Un numero impressionante, che testimonia da solo il peso culturale di questo premio, le cui giurie – sei in tutto – hanno esaminato e selezionato gli scatti in base alle rispettive aree geografiche. Tra questi, la serie intitolata “Le figlie della polvere da sparo” ha catturato l’attenzione per la sua capacità di fondere tradizione, genere e polvere da sparo vera.

Un’antica pratica equestre diventata scenario di lotta per l’inclusione

La “tbourida”, quella che Pinzi ha documentato, è una tradizione equestre marocchina le cui radici affondano nel XVI secolo. Le compagnie di cavalieri, galoppando all’unisono, sparano con i fucili in una coreografia serrata che replica le antiche battaglie di cavalleria. Riconosciuta dall’UNESCO, questa pratica è stata storicamente un territorio esclusivamente maschile: le donne, per decenni, ne erano semplicemente escluse. Eppure, qualcosa ha cominciato a cambiare dopo le riforme del codice di famiglia marocchino del 2004, quelle che – va ricordato – hanno rafforzato in modo significativo i diritti legali delle donne. Da lì, alcune cavallerizze hanno iniziato a lottare per ritagliarsi un posto in quelle linee di galoppo, tra il fragore degli spari e la polvere sollevata dagli zoccoli.

Un premio che guarda ai conflitti, alla crisi climatica e ai volti dell’attualità

Oltre al lavoro di Pinzi, il World Press Photo 2026 ha selezionato immagini che coprono un ventaglio amplissimo di temi. Si va dalla guerra dei droni – con i suoi risvolti tecnologici e umani, spesso difficili da raccontare senza cadere nella spettacolarizzazione – alla crisi climatica, passando per storie di migrazione, tensioni sociali e memoria storica. Gli scatti vincitori, si legge nel comunicato diffuso anche da Rainews, raccontano alcuni dei momenti più significativi del 2025. Non ci sono solo conflitti armati, insomma, ma anche trasformazioni ambientali e culturali che ridisegnano il rapporto tra l’uomo e il territorio. Il tutto in attesa del verdetto finale: il titolo di Photo of the Year, il più ambito, verrà assegnato il 23 aprile ad Amsterdam, scegliendo tra i lavori già premiati nelle diverse categorie regionali.

Il fotogiornalismo italiano al femminile e lo sguardo di Chantal Pinzi

Quello di Pinzi non è un caso isolato, ma si inserisce in un dibattito più ampio – spesso sottotraccia, a volte esplosivo – su come stia cambiando la fotografia “al femminile” in Italia. La sua serie, concentrandosi su una pratica in cui le donne hanno dovuto conquistarsi un posto con le armi della determinazione e non certo con quelle da fuoco, offre una lezione implicita di metodo: raccontare l’emancipazione senza urlarla, mostrandola nel gesto quotidiano di chi galoppa e spara a fianco degli uomini. Chantal Pinzi, del resto, ha saputo guardare a una tradizione secolare senza cadere nell’esotismo, trovando invece l’universale in quel a corpo tra consuetudine e cambiamento. E lo ha fatto con un linguaggio visivo che pare dialogare, da lontano, con certi insegnamenti di un maestro come Martin Parr: l’attenzione per il dettaglio sociale, il colore che non è mai solo decorazione, la capacità di cogliere l’ironia o la durezza di un rito senza bisogno di didascalismi. Non c’è giudizio, nelle sue foto: c’è piuttosto la pazienza di chi aspetta che la storia si riveli da sola, in un lampo di polvere e fucili.

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