La generazione Z marocchina in piazza: "Priorità a scuole e ospedali, non agli stadi"
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Redazione Esteri
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Da oltre due settimane, le piazze di diverse città marocchine, da Casablanca a Rabat, da Marrakech ad Agadir, sono animate da un movimento di protesta che trova la sua linfa vitale nella cosiddetta Generazione Z. Migliaia di giovani, molti dei quali non hanno ancora compiuto ventotto anni, scendono in strada portando con sé una richiesta precisa e potentemente simbolica, che risuona attraverso cartelli e slogan inequivocabili: la destinazione delle risorse pubbliche verso scuole e ospedali, piuttosto che verso la costruzione di nuovi impianti sportivi. Questo appello, che nasce da bisogni primari e da un profondo desiderio di una vita più dignitosa, rappresenta il cuore di una mobilitazione che, pur affrontando un clima di tensione e registrando episodi di repressione con arresti e vittime, continua a persistere con determinazione, chiedendo niente meno che le dimissioni dell'esecutivo guidato da Aziz Akhannouch.
Il movimento "GenZ 212" e il ruolo dei social network
A coagulare questo malessere diffuso, trasformandolo in un'azione collettiva e visibile, è stato il collettivo "GenZ 212", un gruppo informale nato e cresciuto nell'ecosistema digitale. La sua capacità di mobilitazione poggia le fondamenta sull'uso strategico di piattaforme come TikTok, Instagram e Facebook, che per questi ragazzi e queste ragazze non sono semplici strumenti di intrattenimento ma vere e proprie piazze virtuali, agorà dove organizzare le proteste e diffondere i propri messaggi. L'efficacia di questo modello, del resto, non è un caso isolato nel panorama globale, avendo già trovato applicazione e riscontro in realtà geograficamente e culturalmente distanti, dal Nepal all'Indonesia fino al Madagascar, dimostrando come esista ormai un linguaggio comune di attivismo giovanile transnazionale.
Una protesta che va oltre le semplici richieste economiche
Sebbene le rivendicazioni abbiano un'origine tangibile, legata alla carenza di servizi essenziali e a una distribuzione della ricchezza percepita come iniqua – come testimoniano gli striscioni che recitano “L’État pour le peuple, pas pour les riches” –, la portata della protesta trascende la mera dimensione economica. Ciò che emerge con forza è una domanda di partecipazione, un rifiuto di un modello di sviluppo che, ai loro occhi, privilegia progetti faraonici e di immagine a discapito del benessere collettivo. La scelta di contestare proprio gli investimenti negli stadi, simbolo di un intrattenimento spesso elitario, non è casuale, ma si carica di un significato profondo, indicando una frattura generazionale e una critica radicale alle priorità stabilite dalla classe dirigente.
L'attesa per il discorso del re in un clima di forte tensione
In un momento così delicato, l'attenzione di molti è rivolta all'alta istituzione del regno, nella persona del re Mohammed VI, in attesa del suo discorso per l'apertura della sessione parlamentare. Questo intervento, che giunge in un contesto di mobilitazione persistente e di una repressione che non ha fermato i cortei, è visto come un potenziale snodo cruciale. La capacità delle proteste di mantenersi vive, nonostante tutto, sottolinea una tenacia che mette sotto pressione non solo il governo in carica, ma chiama indirettamente in causa l'intero establishment, costretto a misurarsi con una generazione che, attraverso mezzi e modalità inedite, reclama un cambiamento sostanziale e un ascolto che finora le è stato negato.




