Le conseguenze economiche della guerra contro l’Iran tra chi perde e chi (forse) guadagna
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Redazione Esteri
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La guerra contro l’Iran, al di là delle sue evoluzioni militari e diplomatiche, sta già ridisegnando gli equilibri economici globali con una velocità che pochi osservatori, fino a pochi mesi fa, avrebbero saputo prevedere. Molto dipenderà, come sottolinea Manfred Elsig, esperto dell’Università di Berna interpellato dal Telegiornale della RSI, dalla durata e dagli sviluppi concreti del conflitto: un fattore, quest’ultimo, che al momento rimane avvolto in una coltre di nebbia strategica. Il rischio immediato, spiega l’analista, è che alcuni Paesi – e qui il riferimento corre innanzitutto alle monarchie del Golfo – possano scivolare in una recessione profonda, mentre altri, tra cui diversi membri europei, finirebbero intrappolati in una fase di forte incertezza e instabilità economica. Non si tratta, va chiarito, di uno scenario uniforme: ogni area geografica reagisce in base alla propria esposizione energetica e finanziaria.
Gianmarco Ottaviano, docente alla Bocconi, usa termini ancora più netti per descrivere il quadro che si sta delineando. La globalizzazione basata sulla fiducia reciproca – «io mi specializzo in una produzione e compro dai partner altri prodotti che mi servono» – non tornerà più, almeno non nella forma che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni. Se quella fiducia viene meno, e la guerra in Iran rappresenta una cesura traumatica in questo senso, i Paesi cercheranno maggiore autonomia strategica, anche a costo di sacrificare l’efficienza economica. È un cambio strutturale, ribadisce Ottaviano, che investe le catene del valore e le rende più corte, più difensive e meno permeabili agli scambi internazionali. I mercati, aggiunge con una punta di critica implicita, restano miopi: continuano a guardare ai dati trimestrali quando la realtà sta cambiando i paradigmi di fondo.
Il rischio Italia tra stagnazione e tenuta sociale
Tito Boeri, economista sempre della Bocconi, lancia un allarme specifico per il nostro Paese, definendolo «particolarmente vulnerabile». Due le ragioni di fondo: la dipendenza energetica italiana, che in caso di chiusura o limitazione delle rotte dal Golfo diventerebbe un’emorragia di risorse pubbliche, e la persistente procedura di disavanzo eccessivo da cui Roma non è ancora uscita. Boeri è lapidario: «Niente più distrazioni per favore». La crisi nel Golfo, avverte, rischia di essere peggiore del Covid in termini di tenuta sociale, perché mentre la pandemia era uno shock sanitario temporaneo (per quanto drammatico), un conflitto prolungato in Iran eroderebbe le basi stesse del welfare e dell’occupazione. L’Italia, in altre parole, si troverebbe a dover gestire una stagnazione economica senza gli strumenti di bilancio necessari, già compromessi dagli impegni con Bruxelles.
Chi guadagna dalla guerra: Africa e Sudamerica si rifanno la mappa energetica
Mentre l’Occidente trattiene il fiato di fronte all’escalation sopra Teheran, il pragmatismo economico sta già disegnando una cartografia diversa delle risorse. Se per l’Europa e gli Stati Uniti – dove Trump è tornato alla Casa Bianca, con tutte le incertezze che una presidenza così imprevedibile comporta per le alleanze – il conflitto iraniano porta l’ombra dell’instabilità, per una nuova costellazione di potenze medie la crisi rappresenta un acceleratore di ricchezza insperata. Non si tratta di cinismo, ma di riassestamento delle catene del valore globali. L’Africa subsahariana e il Sudamerica, tradizionalmente marginali nelle rotte energetiche, diventano ora fornitori strategici di gas e petrolio. Paesi come Angola, Nigeria, Guyana e Brasile vedono crescere la propria rilevanza geopolitica senza muovere un soldato. Sono loro, in buona sostanza, gli approfittatori silenziosi di un conflitto che altrove semina recessione.
Nessuna banalità: i vincoli strutturali restano
Certo, nessuno scenario è privo di contraddizioni. Anche i Paesi che potrebbero guadagnare dall’instabilità mediorientale restano esposti a fluttuazioni dei prezzi e a eventuali blocchi navali. E l’Europa, dal canto suo, tenta di reagire con meccanismi di stoccaggio e diversificazione, ma la sua fragilità resta impressa nei numeri del debito e nella cronica lentezza decisionale. Quel che appare ormai chiaro, alla luce delle parole di Elsig, Ottaviano e Boeri, è che la guerra contro l’Iran non è un episodio circoscritto: è un frattore di epoche economiche. I perdenti li conosciamo già (Golfo, Europa in difficoltà, Italia in prima linea). I vincitori, invece, si stanno scoprendo tali solo ora, guardando una mappa del mondo che fino a ieri consideravano marginale.




