Washington e Caracas riannodano il filo del dialogo diplomatico, sette anni dopo la rottura

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Dipartimento di Stato americano, con una nota ufficiale diffusa nella serata di giovedì, ha annunciato il formale ripristino delle relazioni diplomatiche e consolari con il Venezuela, interrotte nel lontano 2019 per volontà della precedente amministrazione Trump. L’accordo, siglato con le autorità ad interim di Caracas guidate dalla presidente Delcy Rodríguez, rappresenta un ulteriore, significativo passo in quel processo di disgelo avviato due mesi fa, all'indomani dell'operazione militare statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. La mossa, si legge nella comunicazione di Washington, ha l’obiettivo primario di facilitare gli sforzi congiunti per promuovere la stabilità interna del paese sudamericano, sostenendone al contempo la ripresa economica e un percorso di riconciliazione politica. Dal canto suo, il governo bolivariano, attraverso un comunicato, ha confermato la volontà di avanzare verso una nuova fase di dialogo costruttivo, basata sul reciproco rispetto e sulla cooperazione tra i due popoli, senza però aggiungere dettagli specifici sulle tempistiche di una transizione democratica, a differenza delle controparti americane.

Il riavvio delle missioni diplomatiche dopo la fase critica

La decisione formale giunge a conclusione di un'intensa settimana di contatti ad alto livello, culminata con la visita a Caracas del segretario agli Interni statunitense, Doug Burgum. Burgum, che guida anche il Consiglio nazionale per la dominanza energetica voluto da Trump, ha guidato una delegazione composta da rappresentanti di oltre venti aziende, in gran parte legate ai settori dell'estrazione mineraria e degli idrocarburi. La sua missione, della durata di due giorni, ha di fatto preparato il terreno per l'annuncio di giovedì, consolidando quella nuova intesa bilaterale che, di fatto, era già nell'aria da quando, alla fine di gennaio, l'inviata americana Laura Dogu era arrivata nella capitale venezuelana con l'incarico di riaprire la missione diplomatica a stelle e strisce, chiusa ormai da sette anni. Un segnale tangibile di questa normalizzazione, del resto, era già arrivato nelle scorse settimane con la parziale riattivazione dei voli commerciali e con il graduale incremento delle esportazioni petrolifere venezuelane verso gli Stati Uniti, balzate a circa 800mila barili al giorno a gennaio, dopo la fine del blocco imposto dall'amministrazione Trump nel suo primo mandato.

Gli interessi energetici e minerari al centro del negoziato

Dietro la riconciliazione diplomatica, infatti, si stagliano imponenti gli interessi economici di Washington, desiderosa di mettere le mani sulle vastissime riserve di idrocarburi e minerali preziosi di cui il Venezuela dispone. Lo stesso Burgum, al termine del suo incontro con la presidente Rodríguez, non ha nascosto l’ottimismo riguardo alle prospettive di investimento nel paese, parlando esplicitamente di nuove licenze in preparazione per permettere alle compagnie americane di operare nel settore minerario, in particolare per l'estrazione di oro, diamanti e terre rare, componenti essenziali per l'industria tecnologica statunitense. Il governo ad interim, da parte sua, ha mostrato massima disponibilità, sollecitando il parlamento a velocizzare l'iter di modifica della legge mineraria per renderla più appetibile ai capitali stranieri, e confermando la volontà di procedere con le riforme legislative già avviate, come la legge di amnistia e la chiusura del tristemente noto centro di detenzione di El Helicoide. Un'accelerazione normativa, questa, che sembra studiata appositamente per rispondere punto su punto alle richieste arrivate da Washington, desiderosa di garantire un contesto operativo sicuro e profittevole per le proprie imprese.

Il contesto post-Maduro e l'assenza di riferimenti elettorali

Se il Dipartimento di Stato americano, nel suo annuncio, ha ribadito che l'impegno con Caracas si inserisce in un processo graduale volto a creare le condizioni per un pacifico passaggio a un governo democraticamente eletto, dal comunicato della presidenza venezuelana questa prospettiva è stata completamente omessa. Un silenzio, quello di Delcy Rodríguez, che appare denso di significato e che lascia intendere come, per il momento, l'agenda politica interna rimanga saldamente nelle mani dell'attuale leadership chavista, la stessa che solo due mesi fa chiedeva prove di vita di Maduro e che oggi, di fatto, governa il paese con l'avallo di Trump. La nuova amministrazione venezuelana, nata dalle ceneri della cattura del vecchio dittatore, sembra quindi aver accettato il protettorato economico statunitense in cambio di un sostanziale lasciapassare politico, almeno in questa prima fase di stabilizzazione. Un equilibrio delicato, che si regge sulla capacità di Rodríguez di tenere insieme le anime del vecchio regime e le pressioni del nuovo alleato americano, in un paese dove, nel frattempo, centinaia di detenuti politici sono stati rilasciati e dove si respira un'aria di cauta, ma palpabile, distensione.

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