Referendum giustizia, la marea del No travolge il governo: a Napoli il distacco più ampio, i magistrati in festa parlano di “presa di coscienza civica”
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Redazione Interno
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Non c’è stata storia, quando alla fine si sono spente le luci sui seggi elettorali e gli ultimi scrutinatori hanno potuto tirare un sospiro di sollievo dopo due giorni di lavoro ininterrotto, il responso delle urne ha consegnato al paese un risultato che, per ampiezza e significato, pochi avevano previsto prima dell’apertura dei seggi. Il fronte del No, che durante la campagna referendaria era stato accusato da più parti – e in particolare da voci come quella di Antonello Piroso, che non ha risparmiato critiche ai suoi esponenti – di raccontare “balle” e di mistificare la realtà, si è trovato a festeggiare una vittoria netta e in molti territori addirittura plebiscitaria. L’esito della consultazione sulla riforma costituzionale voluta dal governo Meloni e dal ministro Nordio ha infatti delineato un paesaggio politico in cui l’opposizione alla modifica dell’ordinamento giudiziario si è rivelata non solo maggioritaria, ma capace di mettere in fila dati che assumono il carattere di veri e propri record.
A Napoli, e più in generale in Campania, la spinta contraria al testo governativo ha assunto le proporzioni di un’onda anomala. I numeri diffusi dall’amministrazione comunale guidata da Gaetano Manfredi parlano chiaro: nella città partenopea, che si conferma la capitale italiana del No, ben 264.977 elettori – pari al 75,49% dei votanti – hanno bocciato la riforma. Un dato, questo, che acquista un peso specifico ancora maggiore se lo si va a declinare per singoli quartieri, laddove emerge un’adesione quasi totale alla posizione dei magistrati e delle opposizioni. Scampia, per esempio, ha registrato l’83,57% di preferenze per il No, mentre soltanto a Posillipo, quartiere storicamente più legato a certi ambienti politici e imprenditoriali, il Sì è riuscito a raggiungere il 44,57%, fermandosi comunque ben al di sotto della soglia di metà. In tutta la regione Campania, con una percentuale che ha sfiorato il 65% di consensi per il No, il distacco rispetto al fronte governativo è stato il più ampio d’Italia, un vero e proprio unicum che ha fatto scattare l’allarme nelle stanze della maggioranza.
In questo clima di mobilitazione, che per molti osservatori ha avuto qualcosa di più di una semplice tornata elettorale, particolarmente significativa è stata la reazione del mondo della magistratura, che in larga parte ha scelto di scendere in campo in prima linea contro la riforma. A Pesaro, dove il clima referendario è stato vissuto sul territorio con una intensità particolare, il racconto di chi ha animato il dibattito pubblico assume i contorni di un’analisi non solo politica. Silvia Cecchi, già sostituto procuratore e oggi tra i volti di spicco del Comitato per il No, ha parlato esplicitamente di “presa di coscienza civica”, una definizione che molti altri colleghi hanno fatto propria nel corso della serata di spoglio. E non è un caso che proprio nelle Marche, come documentano gli incontri pubblici organizzati in vista del voto, la mobilitazione contro la separazione delle carriere abbia coinvolto figure di spicco del panorama giuridico nazionale, contribuendo a creare quel clima di attenzione che poi si è tradotto in altissima partecipazione alle urne.
A dare ulteriore a questa lettura, che vede nel voto un segnale politico e culturale prima ancora che un semplice responso referendario, sono arrivate le voci dai palazzi di giustizia italiani. In particolare a Napoli, dove nella sede dell’Associazione Nazionale Magistrati si è consumata una scena emblematica: un gruppo di circa cinquanta toghe si è riunito per brindare al risultato, e qualcuno, tra gli applausi e i cori di festa, ha intonato “Bella ciao”. Un gesto che, al di là della sua carica simbolica, ha rappresentato l’esplosione di un’allegria repressa per settimane di campagna elettorale in cui i magistrati si sono sentiti spesso oggetto di attacchi diretti da parte del governo. Le parole di Leda Rossetti, presidente della Giunta Anm di Napoli, hanno poi inquadrato il risultato in una prospettiva più ampia: secondo Rossetti, la separazione delle carriere è stata utilizzata come un “cavallo di Troia” per raggiungere obiettivi che andavano ben oltre il merito della riforma, e gli italiani – secondo la sua analisi – se ne sarebbero resi conto, premiando l’opera della magistratura “come agenti della Costituzione”.
Anche in altre regioni, come la Sicilia, il risultato ha assunto una valenza politica dirompente. L’isola, che pure è amministrata dal centrodestra sia a livello regionale che in molti capoluoghi di provincia, ha registrato una affermazione robusta del No, infliggendo una battuta d’arresto significativa alla premier Giorgia Meloni e al suo progetto di riforma. I magistrati siciliani, forti di una tradizione di inchieste antimafia che hanno reso celebre la regione nel mondo, hanno colto nel risultato un voto di fiducia nei loro confronti, interpretando il dato elettorale come una conferma della necessità di mantenere intatta l’indipendenza del potere giudiziario di fronte alle tentazioni di controllo da parte dell’esecutivo. È un messaggio, quello arrivato dall’isola, che si inserisce perfettamente in quel quadro di “presa di coscienza” evocato dalla Cecchi, laddove il voto viene interpretato come una difesa attiva della Carta costituzionale e del suo impianto garantista.
Intanto, mentre sui social e in piazza i sostenitori del No manifestavano la loro gioia, nel campo del Sì sono prevalsi il silenzio e la necessità di ricucire. Il ministro Nordio, che per primo aveva voluto la riforma come tassello fondamentale del programma di governo, dovrà ora confrontarsi con una bocciatura che lascia il segno. Per la maggioranza, il dato dell’alta affluenza – superiore a quella di molte consultazioni analoghe del passato – rende la sconfitta ancora più amara, perché certifica che non si è trattato di un disinteresse popolare, bensì di una scelta consapevole e motivata. Diversi commentatori hanno sottolineato come l’eccessiva politicizzazione del quesito, unita a un linguaggio talvolta considerato troppo aspro nei confronti delle toghe, possa aver allontanato quell’elettorato moderato che invece si era mostrato sensibile ad alcune istanze di riforma del sistema giudiziario, a partire dalla lentezza dei processi. Un tema, questo, che non veniva toccato dalla riforma costituzionale ma che tornerà inevitabilmente al centro del dibattito nei prossimi mesi.
Ma al di là delle analisi politiche, ciò che resta sul campo è la fotografia di un paese spaccato in due su un tema delicatissimo come quello della giustizia, con un fronte del No che ha saputo costruire un’alleanza eterogenea ma efficace, capace di mobilitare tanto i cittadini dei quartieri popolari di Napoli quanto i professionisti e gli intellettuali delle città del Centro-Nord. E mentre i vari Bachelet, Merlo e altri esponenti del fronte dei contrari incassavano il risultato, rivendicando il lavoro di informazione fatto sul territorio, le parole dei magistrati riassumevano forse meglio di ogni altra analisi il sentimento prevalente. “Questa è la vittoria di chi ha difeso la Costituzione” è stato il mantra ripetuto in molti comitati, e a sentire il segretario della Cgil Maurizio Landini – che pure, a giudizio di molti critici, aveva forse sopravvalutato il significato del voto come referendum contro le politiche economiche del governo – il risultato rappresenta un’inversione di tendenza rispetto a un esecutivo che avrebbe voluto imporre una visione conflittuale della società.




