La Grecia vota la giornata lavorativa di 13 ore, un caso senza precedenti in Europa
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Redazione Esteri
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Il parlamento greco, in una mossa che non ha eguali nel contesto europeo, ha approvato una riforma del lavoro destinata a far discutere, la quale, tra i suoi punti più controversi, introduce la possibilità di una giornata lavorativa della durata di tredici ore. L'articolo 7 del provvedimento, fortemente voluto dall'esecutivo di Kyriakos Mitsotakis, stabilisce che i dipendenti del settore privato possano, su base volontaria, prestare la propria opera per lo stesso datore di lavoro oltre il consueto orario, arrivando appunto a un tetto massimo di tredici ore giornaliere, per non più di trentasette giorni nell'arco dell'anno. Una scelta, questa, che il governo definisce di "flessibilità" e di promozione del "lavoro giusto", ma che i sindacati locali, senza mezzi termini, bollano come "schiavitù retribuita", denunciando una pericolosa deriva che sembra cancellare decenni di conquiste sociali.
I dettagli della riforma e il nodo della volontarietà
La legge, che porta la firma del ministro del Lavoro Niki Kerameus, prevede che l'estensione dell'orario, la quale comporta un aumento della retribuzione ordinaria del quaranta percento, sia formalmente subordinata al consenso del lavoratore. Tuttavia, proprio sulla reale natura di questa adesione, che i critici temono potrebbe essere viziata da pressioni indirette in contesti di marcato squilibrio di potere, si concentrano le obiezioni più feroci. Il provvedimento, del resto, non si limita a intervenire sull'orario quotidiano; esso, infatti, legifera anche su altri fronti delicatissimi, come l'innalzamento dell'età pensionabile a settantaquattro anni e l'introduzione di nuovi, significativi limiti all'esercizio del diritto di sciopero, elementi che, nel loro complesso, disegnano una trasformazione radicale del mercato del lavoro ellenico.
Le reazioni e il confronto con il resto d'Europa
Mentre le opposizioni politiche e le organizzazioni sindacali greche parlano apertamente di un "ritorno al Medioevo", la riforma colloca la Grecia in una posizione assolutamente eccentrica rispetto al panorama normativo dell'Unione Europea, dove le tendenze principali, sebbene variegate, paiono muoversi su binari differenti. La misura, che ha inevitabilmente attirato i riflettori di Bruxelles, solleva interrogativi non solo di carattere sociale ma anche economico, andando a toccare il tema, sempre attuale, della produttività e della qualità della vita. Se ne discute molto, per esempio, degli effetti che una simile frammentazione degli orari potrebbe avere sul benessere psico-fisico delle persone, un aspetto che, com'è noto, incide profondamente anche sull'efficienza del sistema produttivo nel suo insieme.
Un precedente che divide
Al di là delle polemiche immediate, ciò che appare evidente è che la scelta di Atene rappresenta un precedente significativo, un esperimento i cui esiti saranno osservati con attenzione ben oltre i confini nazionali. La vicenda giudiziaria che ha coinvolto alcuni esponenti sindacali, i quali hanno protestato vivacemente in sede parlamentare, dimostra quanto il tema sia sentito e polarizzante. La riforma, nel suo impianto, sembra riflettere una filosofia precisa, che privilegia la massima elasticità contrattuale e una drastica rimodulazione dei tradizionali confini tra tempo di lavoro e tempo libero, spingendosi fino a un limite che molti, nel continente, consideravano ormai superato.




