Monaco, la frattura con gli Usa e il doppio passo di Merz e Macron
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Redazione Esteri
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Ci è voluto un anno, ma alla fine la cesura è stata certificata con parole nette, pronunciate dal palco che più di ogni altro, in Europa, è deputato a misurare il polso delle relazioni transatlantiche. All’apertura della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha preso atto della distanza che separa ormai Berlino e Washington, un solco che l’amministrazione Trump, con il vicepresidente J. D. Vance, aveva già contribuito a scavare dodici mesi prima con un intervento tanto duro da essere paragonato, per i toni, a un comizio contro le presunte derive censorie del Vecchio continente -3. Una frattura, quella evocata da Merz, che non è però destinata a tradursi in una reazione monolitica da parte delle due capitali che storicamente hanno guidato l’integrazione europea.
Perché se è vero che Parigi e Berlino appaiono unite nel percepire l’urgenza di una maggiore autonomia strategica, magari ragionando persino di un ombrello nucleare condiviso, è altrettanto vero che le modalità e la postura con cui affrontare questa nuova era geopolitica, segnata dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, divergono sensibilmente. Da un lato il presidente francese Emmanuel Macron, che forte di un rapporto personale con il tycoon costruito negli anni, prova a giocare la carta del dialogo diretto, cercando di correggere le narrative americane — come quando ha rintuzzato le dichiarazioni di Trump sugli aiuti all’Ucraina, rivendicando il primato del contributo europeo — e spingendo per un’iniziativa di potenza che includa, tra le altre cose, l’ipotesi di un contingente di pace -1. Dall’altro lato il cancelliere tedesco, la cui visione sembra orientata a tracciare un confine netto con l’agenda Maga del presidente americano.
Merz, dal canto suo, ha usato la tribuna bavarese per lanciare segnali inequivocabili, dichiarando la necessità per l’Europa, e per la Germania in particolare, di svincolarsi dalla dipendenza statunitense in materia di sicurezza. Un concetto, questo, ribadito a più riprese e con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni: se gli americani non hanno interesse a difendere la democrazia nel continente, ha sostenuto, saremmo noi europei a doverlo fare, diventando molto più indipendenti -2. Una posizione che implica una assunzione di responsabilità, certo, ma che finisce per mettere in secondo piano quell’asse Roma-Berlino che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva provato a rilanciare, nel tentativo di ritagliare all’Italia un ruolo da cerniera. Un tentativo, quello di Meloni, che rischia di restare schiacciato proprio tra la determinazione tedesca a marcare le distanze da Washington e la spinta francese a costruire un nucleo di volenterosi capace di agire rapidamente, magari coinvolgendo anche Londra e Varsavia -4.




