Il buco nero degli Uffizi: dati spariti, riscatto e quelle mappe della sicurezza che nessuno trova

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   L’attacco hacker che ha colpito i server delle Gallerie degli Uffizi all’inizio di febbraio – rivelatosi solo nelle scorse settimane – custodisce ancora un nodo oscuro, forse il più inquietante per chi ha a cuore la tutela di un patrimonio che non ha eguali al mondo. I tecnici e gli investigatori, nel ricostruire la dinamica dell’intrusione informatica, hanno dovuto prendere atto di un’anomalia non secondaria: i file sottratti, tra i quali figurerebbero – secondo quanto emerso dall’inchiesta della procura di Firenze – le mappe interne e i percorsi dedicati alla sicurezza del museo, sono semplicemente spariti. Scomparsi nel nulla digitale, senza lasciare traccia visibile sul dark web, dove di solito questi materiali vengono esposti, venduti o usati come leva per ottenere denaro. Eppure la richiesta di riscatto, quella sì, è arrivata chiara e diretta al direttore Simone Verde, accompagnata proprio da riferimenti a quei documenti sensibili. Una contraddizione che trasforma il caso in un vero e proprio giallo investigativo.

Il movente senza del reato digitale

La procura fiorentina ha aperto un fascicolo contro ignoti per «tentata estorsione e accesso abusivo ai sistemi»; e se l’accesso abusivo è stato accertato, il tentativo di estorsione poggia su basi che appaiono fragili, almeno per come si presenta l’evidenza materiale del furto. Perché chiedere un riscatto per dati che poi non vengono pubblicati né minacciati pubblicamente? Gli inquirenti, che hanno lavorato in silenzio nelle settimane successive all’attacco, non hanno trovato alcuna offerta né alcun annuncio riconducibile ai file degli Uffizi nei circuiti criptati abitualmente frequentati dai cybercriminali. Una circostanza, quest’ultima, che alimenta due ipotesi parallele: o i dati sono stati distrutti – magari per errore durante la fase di estrazione – oppure sono finiti in mani che non hanno alcun interesse a diffonderli, preferendo conservarli come un’arma silenziosa. O, ancora, l’intero sistema di richiesta potrebbe essere stato un bluff, un tentativo goffo di ottenere denaro senza possedere realmente il bottino promesso. La direzione del museo ha smentito alcune delle ricostruzioni più allarmanti, ma le preoccupazioni sulla tenuta del sistema di sicurezza – già documentate nei giorni scorsi – restano sul tavolo.

Il piano della prefettura e la scientifica in sala

A due mesi dal primo allarme, la prefetta Francesca Ferrandino ha convocato un nuovo vertice, il terzo sul tema, che si terrà entro quindici giorni. L’obiettivo è verificare, punto su punto, la robustezza del sistema dopo la spinta a blindare ogni pertugio: vigilanza pubblica e privata sono state potenziate, le telecamere digitali sostituiscono vecchi impianti, i percorsi di accesso e i passaggi interni sono stati modificati. Arriva persino la scientifica dell’Arma, chiamata a effettuare rilievi specifici – non tanto sulle tracce fisiche dell’attacco informatico, quanto sulla vulnerabilità degli spazi espositivi e di servizio. Un’iniezione di tecnica in un caso che fino a ora aveva viaggiato quasi esclusivamente sul filo della cybersicurezza. Il timore, trasparente nelle carte della prefettura, è che il furto di mappe e percorsi possa trasformarsi, da mera violazione di dati, in un rischio concreto per l’incolumità delle opere e delle persone.

Palazzo Pitti e la calma apparente dei turisti

A poche centinaia di metri, dentro Palazzo Pitti, la vita scorre come se nulla fosse accaduto. Il sabato prima di Pasqua, con il sole che picchia forte sui cappellini dei turisti stranieri, la coda per entrare nella reggia medicea si mantiene intorno alla mezz’ora – un tempo comunque inferiore a quello necessario per varcare la soglia degli Uffizi, dove le attese raddoppiano. Turisti ignari, famiglie, coppie: nessuno sembra percepire la cyberpaura che ha attraversato i corridoi della direzione. Eppure, proprio in questa distanza tra la routine dei visitatori e l’allarme dei vertici museali, si misura la complessità di una sfida che non ha precedenti per un’istituzione come le Gallerie degli Uffizi. La sicurezza non si vede, fino a quando non viene meno.

Il nodo politico e la chiamata della sottosegretaria

Lucia Borgonzoni, sottosegretaria alla Cultura con delega alla sicurezza dei musei, ha raccontato di aver sentito Simone Verde per la prima volta solo dopo la diffusione della notizia. «Mi ha chiamata – ha detto – per spiegarmi che aveva ritenuto di non pubblicizzare la faccenda nei mesi scorsi. Prima perché c’era l’attacco in corso, poi perché aveva dei problemi interni alla struttura». Una rivelazione che getta luce su un silenzio durato due mesi, durante i quali il direttore ha gestito l’emergenza senza allertare ufficialmente il ministero. Borgonzoni, che ora tiene in mano quella che ha definito «la patata bollente del caso Firenze», attende un’informativa approfondita. Non si parla ancora di sanzioni o di responsabilità disciplinari, ma il clima tra Roma e Firenze è quello delle ore decisive per capire se qualcuno ha sottovalutato o meno un attacco che, per dimensioni e natura dei dati bersaglio, meritava probabilmente una gestione diversa.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.