Uffizi, l’attacco degli hacker dall’Est Europa e la richiesta di riscatto in criptovalute

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura di Firenze, come si è appreso nei giorni scorsi, indaga contro ignoti per tentata estorsione e accesso abusivo ai sistemi informatici; al centro delle attenzioni vi è l’attacco hacker che nei mesi scorsi ha preso di mira le Gallerie degli Uffizi. Un intero team di esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, va ricordato, è stato inviato in città per mesi, a testimonianza della delicatezza dell’operazione, mentre gli investigatori della polizia postale seguono le tracce di un’organizzazione con base nell’area dell’Europa orientale. Sembra, stando alle prime ricostruzioni, che si tratti di un gruppo attivo da anni a livello internazionale, capace di colpire con metodo e senza lasciare tracce evidenti. Nessun danno o furto, hanno però tenuto a precisare dalla direzione del museo, senza però negare la gravità dell’accaduto.

Il ricatto e l’ultimatum sul telefono del direttore

La vicenda, emersa nei primi giorni di febbraio, ha assunto contorni più nitidi nelle settimane successive quando è comparsa la richiesta di riscatto. I responsabili dell’intrusione avrebbero chiesto inizialmente oltre 200mila euro per restituire i dati sottratti; una cifra che, secondo fonti investigative, sarebbe poi lievitata fino a toccare i 300mila euro, da pagare esclusivamente in criptovalute. L’ultimatum, recapitato direttamente sul telefono personale del direttore Simone Verde, dava appena 72 ore di tempo. Un termine ristretto, volutamente asfissiante, che gli inquirenti hanno comunque definito «credibile» nella sua concretezza. Per avere un termine di paragone, non più di tre anni fa gli hacker che assaltarono il sito delle Poste Italiane ne avevano chiesti 500mila.

Le indagini e il profilo degli attaccanti

Quel che rende l’operazione particolarmente preoccupante, a giudizio di chi sta seguendo le indagini, è la natura professionale del raid. Mirato, pianificato fin nei minimi dettagli, l’attacco ha messo in luce una vulnerabilità non occasionale. Gli investigatori della polizia postale sospettano che dietro la scorribanda informatica ci sia un’organizzazione strutturata, probabilmente quella che si cela dietro il nome Medusalocker, un gruppo già noto per altre incursioni in Europa. La loro base operativa sarebbe collocata nell’area orientale del continente, un dettaglio che complica non poco le rogatorie internazionali e i tentativi di risalire ai reali mandanti. L’indagine procede, per ora, contro ignoti, ma il materiale raccolto – inclusi i log degli accessi – inizia a delineare un quadro più preciso.

Le informazioni trafugate e la reazione del ministero

A innescare la reazione più vibrata è stata, però, una dettagliata ricostruzione apparsa sul Corriere della Sera, secondo cui gli hacker avrebbero avuto accesso a documenti sensibili di prim’ordine: mappe della sicurezza interna presumibilmente copiate e quindi finite nelle mani sbagliate, copie degli archivi fotografici, atti amministrativi interni, password e persino la dislocazione delle uscite di sicurezza. Tutto materiale, quest’ultimo, che avrebbe potuto essere usato per ricattare le Gallerie in modo ancora più spietato. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha avuto un risveglio agitato giovedì mattina: dopo aver letto l’articolo, ha immediatamente convocato telefonicamente il direttore Simone Verde, intimandogli di fornire «tutta la verità» sull’accaduto. Un gesto che sottolinea la crescente tensione tra la responsabilità della tutela del patrimonio e la fragilità digitale delle istituzioni culturali italiane.

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