Attacco hacker agli Uffizi, porte murate e gioielli nel caveau di Bankitalia
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Redazione Interno
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L’attacco informatico che nella notte tra il 31 gennaio e il primo febbraio ha paralizzato i servizi amministrativi delle Gallerie degli Uffizi – un’intrusione silenziosa, iniziata in realtà già nell’agosto del 2025, come si è scoperto solo in seguito – ha costretto la direzione del polo museale fiorentino a chiudere sine die alcune porzioni di Palazzo Pitti. Le misure adottate, che potrebbero sembrare eccessive a un osservatore distratto, hanno incluso persino la muratura di porte e uscite di sicurezza, sigillate con calce e mattoni per impedire qualsiasi accesso fisico non autorizzato. Nel frattempo i gioielli più preziosi del Tesoro granducale, quelli che per secoli hanno rappresentato il potere e l’ostentazione della dinastia medicea e poi lorenese, sono stati trasferiti d’urgenza nel caveau di Bankitalia.
Dati sensibili e sistemi di sicurezza compromessi
L’articolo pubblicato oggi dal «Corriere della Sera» rivela che l’attacco non si è limitato a bloccare la gestione amministrativa: server violati, archivio fotografico completamente compromesso e una minaccia di riscatto apparsa nel dark web. Sembra la trama di un film di spionaggio, eppure è tutto reale. I cybercriminali, la cui identità è ancora oggetto di indagine, sono riusciti a penetrare nella rete che collega gli Uffizi a Palazzo Pitti e al Giardino di Boboli, mettendo le mani su dati sensibili e, soprattutto, sui sistemi di sicurezza del museo. Un aspetto, quest’ultimo, che ha gettato nel panico i vertici dell’istituzione: sapere che informazioni su telecamere, allarmi e percorsi di vigilanza potrebbero essere in mano a estranei equivale a dover considerare l’intero complesso esposto a rischi imprevedibili.
Palazzo Pitti si blindava, i gioielli cambiavano casa
Dal 3 febbraio – e senza una data di riapertura all’orizzonte – un’intera ala di Palazzo Pitti è stata chiusa al pubblico con la motivazione ufficiale di “manutenzione straordinaria”. In realtà, come hanno confermato fonti vicine alla direzione, si tratta di una contromossa fisica all’attacco virtuale. I gioielli del Tesoro dei Granduchi, alcuni dei quali di valore inestimabile non solo per la caratura degli oro ma per la loro rilevanza storica, sono stati trasferiti nel caveau della Banca d’Italia. Una scelta radicale, che sottolinea la gravità della situazione. Le uscite di sicurezza di Palazzo Pitti sono state murate, una dopo l’altra: calce e mattoni hanno sostituito porte e serrature, nell’illusione – o nella necessità – di creare una barriera che nessun hacker possa aprire a distanza.
Un’intrusione iniziata mesi prima e scoperta solo a fine gennaio
Gli inquirenti, che stanno cercando di ricostruire l’intera catena dell’attacco, hanno appurato che l’intrusione nella rete delle Gallerie non è avvenuta improvvisamente a gennaio. Era cominciata, silenziosamente, già nell’agosto 2025. Per cinque mesi i pirati informatici hanno avuto accesso a dati e sistemi, muovendosi con una pazienza che lascia intendere una pianificazione accurata. Solo tra la fine di gennaio e i primissimi giorni di febbraio 2026 la violazione è stata scoperta, innescando la reazione a catena che ha portato alle misure estreme oggi note. Nel frattempo, sul dark web, è comparsa una richiesta di riscatto: non sono stati resi noti né l’ammontare né le modalità, ma la circostanza conferma che non si è trattato di un atto vandalico fine a sé stesso, bensì di un’operazione studiata per estorcere denaro sfruttando la fragilità di uno dei patrimoni culturali più importanti del mondo.




