L’attacco hacker agli Uffizi e quelle porte murate nei depositi: nessun furto, ma i server sono stati svuotati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Chiunque, ormai, conosce la facciata esteriore del caso: tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio un gruppo di hacker – non se ne conosce l’origine, né l’eventuale mandante – è riuscito a violare la rete informatica del polo museale fiorentino che comprende, oltre alle celebri Gallerie, anche Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli. La versione ufficiale, diffusa a caldo dopo l’attacco, parlava genericamente di “sistemi amministrativi colpiti”. Ma il dietro le quinte, come spesso accade in questi casi, racconta una storia molto più inquietante. I server sono stati letteralmente svuotati: è stato rubato l’intero archivio del gabinetto fotografico, vale a dire decenni di digitalizzazione di quadri e documenti, materiale che in parte ora risulta perduto.

La scoperta dei muri nei corridoi e il silenzio imposto ai lavoratori

A rendere ancora più surreale il quadro, ci sono le immagini che arrivano dai depositi delle Gallerie. Porte e uscite di sicurezza, da un giorno all’altro, sono apparse murate con calce e mattoni. Un’opera compiuta dalla sera alla mattina, senza preavviso, nei corridoi che conducono ai caveau dove sono custodite alcune delle opere più pregiate. La direzione del museo ha subito precisato che quelle murature non hanno nulla a che vedere con l’attacco informatico: risponderebbero, a loro dire, a norme antincendio e di sicurezza proprie degli edifici storici. Una spiegazione che, per quanto tecnicamente possibile, ha alimentato più di un dubbio tra i dipendenti, ai quali – come racconta Giovanni Golino, sindacalista della Fp Cgil a Firenze – da mesi viene richiesto “correttamente di osservare la doverosa riservatezza”. Un silenzio che, col senno di poi, ha finito per rendere ancora più opaca la reale portata della violazione.

Né furto né danni fisici, ma la mappa della sicurezza è stata compromessa

La versione ufficiale, ribadita più volte dalla direzione degli Uffizi, è categorica: nessun oggetto è stato rubato, nessun sistema di videosorveglianza è stato violato (le telecamere, già in fase di sostituzione da analogiche a digitali, funzionerebbero regolarmente), i backup dei dati e delle fotografie sarebbero completi e i telefoni dei dipendenti non sarebbero stati compromessi. Il tesoro mediceo, inoltre, è chiuso solo per lavori di ristrutturazione, non per l’attacco. Eppure, il nodo centrale – quello che i comunicati ufficiali tendono a sfumare – resta la natura dei dati sottratti. Non si trattava di semplici pratiche burocratiche. Gli hacker hanno avuto accesso, stando a quanto ricostruito, all’intera archiviazione della sicurezza del patrimonio: planimetrie, sistemi di allarme, procedure di intervento. In altre parole, una mappa dettagliata di come il museo protegge (o proteggeva) i suoi tesori.

La richiesta dei sindacati e il nodo della cybersicurezza nei musei

Proprio per questo, la Fp Cgil ha chiesto al ministero un forte aumento della pianta organica alle Gallerie degli Uffizi, sottolineando come la vicenda riveli una fragilità di sistema che nessuna porta murata può nascondere. Il sindaco di Firenze, Funaro, ha parlato di un tema – quello della cybersicurezza – che “preoccupa e serve grande attenzione”. Parole che, in un contesto internazionale dove Trump è di nuovo presidente degli Stati Uniti e le tensioni geopolitiche si riflettono anche in azioni asimmetriche come gli attacchi informatici, assumono un peso non secondario. Nessuna opera è stata danneggiata, nessun vetro rotto, nessuna tela tagliata. Ma l’attacco hacker agli Uffizi – di cui il Corriere della Sera ha ricostruito i dettagli – ha comunque prodotto un danno immateriale, e forse proprio per questo più difficile da riparare: la perdita di un archivio fotografico unico e, soprattutto, la consapevolezza che qualcuno, da qualche parte, oggi possiede le chiavi digitali di uno dei luoghi più custoditi d’Italia.

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