Attacco hacker agli Uffizi, la procura di Firenze indaga per tentata estorsione
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Redazione Interno
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L’ombra della criminalità informatica, quella che arriva da una zona grigia compresa tra i confoli dell’Europa orientale, ha sfiorato per mesi il cuore pulsante del patrimonio culturale italiano. Le Gallerie degli Uffizi, lo si potrebbe definire senza timore di smentita il museo più visitato e simbolico del Paese, sono state oggetto di un’operazione digitale che ha spinto la Procura di Firenze ad aprire un fascicolo – per ora contro ignoti – ipotizzando i reati di tentata estorsione e accesso abusivo ai sistemi informatici. Non si tratta, va detto subito, di un furto consumato né di un danneggiamento fisico alle opere o alle strutture, come la direzione del museo ha più volte ribadito attraverso note dal tono volutamente netto.
A scatenare l’allarme è stata una penetrazione mirata nei server dell’istituzione, un attacco che gli investigatori della polizia postale stanno ora ricostruendo passo dopo passo. Sembra, dalle prime ricostruzioni, che dietro la manovra ci sia un gruppo di hacker con una base operativa stabile nell’area orientale del continente, una cellula attiva da anni sulla scena internazionale e specializzata in estorsioni a danno di grandi enti culturali. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, a sua volta, ha inviato a Firenze un team completo di esperti che hanno lavorato per mesi a stretto contatto con i tecnici del museo.
Nessun danno al database fotografico, il direttore smentisce le fughe di dati
Le rassicurazioni, in questo caso, arrivano direttamente dal direttore Simone Verde, il quale ha spiegato con una certa asprezza che «niente è andato perso». L’elemento più delicato, ovvero l’archivio fotografico digitalizzato delle opere – una mole impressionante di immagini ad alta risoluzione – non è stato sottratto perché i responsabili della sicurezza avevano predisposto un sistema di backup completo. E proprio quel backup, aggiungono fonti vicine all’inchiesta, ha permesso di ripristinare in tempi brevi l’integrità dei dati senza dover cedere al ricatto economico che gli intrusi avevano avanzato.
Telecamere in sostituzione ma sicurezza interna garantita, il confronto con il Louvre
Un passaggio, questo della richiesta di riscatto, che la Procura sta vagliando con attenzione: si trattava di denaro in cambio della restituzione (o della non divulgazione) di informazioni che gli hacker sostenevano di possedere. Eppure, e qui la versione degli Uffizi si fa categorica, «non ci sono prove di alcun tipo riguardo al possesso da parte degli hacker di mappe sulla sicurezza». Inoltre, chiariscono dalla direzione, nessuna password è stata rubata «in assoluto, perché i sistemi di sicurezza sono a circuito chiuso interno e non aperti all’esterno». Quanto alle telecamere, le stesse fonti ammettono che erano in fase di sostituzione da un anno, ma tengono a precisare che «la situazione non era affatto come al Louvre», in un implicito riferimento ad altre celebri vulnerabilità museali.
L’inchiesta della procura e il lavoro della polizia postale sugli hacker dell’Est
Le indagini, dunque, si concentrano ora sull’origine geografica dell’attacco e sulla struttura organizzativa del gruppo. La polizia postale sta setacciando i log di accesso, i server intermedi utilizzati per mascherare la provenienza reale dei colpi e le eventuali comunicazioni tra i membri della cella. Non emergono, al momento, elementi che colleghino l’operazione a furti fisici di opere o a piani per disabilitare i sistemi di allarme durante le ore notturne. È piuttosto un’operazione di tipo digitale fine a sé stessa, anche se il suo bersaglio – un’istituzione simbolo come gli Uffizi – ne amplifica inevitabilmente la risonanza mediatica e la pressione psicologica sui vertici del museo. La Procura di Firenze mantiene il massimo riserbo, ma gli accertamenti proseguono senza sosta.




