Trump definisce il clima 'Una Truffa' mentre Melissa devasta i Caraibi
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Redazione Esteri
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Mentre i Caraibi, tra il 29 e il 31 ottobre, affrontavano le conseguenze dell’uragano Melissa – una delle pagine più tragiche della storia recente, con almeno 50 vittime confermate, di cui 10 bambini, e oltre 700.000 minori la cui esistenza è stata stravolta – la posizione internazionale degli Stati Uniti, che Donald Trump guida nuovamente, prendeva una direzione diametralmente opposta. L’amministrazione americana, infatti, ha annunciato la sua assenza dalla trentesima Conferenza delle Parti sul Clima, la COP30, in programma a Belém, in Amazzonia, dal 10 al 21 novembre, un evento che, già prima del suo inizio, si profila come profondamente segnato da questo boicottaggio. I danni economici stimati per la ricostruzione dopo il passaggio dell’uragano, che alcuni calcoli preliminari indicano fino a 52 miliardi di dollari, offrono un contrappunto tragico e concreto alle dichiarazioni del presidente, il quale ha bollato le questioni climatiche come “Una Truffa”, evidenziando un distacco dalla realtà che molti osservatori considerano pericoloso.
Un contesto internazionale diviso
In questo scenario, il compito della COP30 si fa ancor più arduo, dovendo passare da impegni e negoziazioni, spesso velleitari, ad azioni concrete e finanziate. I tavoli di lavoro, molti dei quali già carichi di potenziali punti di scontro, ruotano intorno a tre obiettivi cardine: mobilitare entro il 2035 ingenti risorse, si parla di 1300 miliardi, per i Paesi in via di sviluppo; mettere in primo piano i fondi necessari per l’adattamento, un aspetto cruciale soprattutto per le nazioni più esposte a eventi come Melissa; e, non ultimo, dare seguito pratico all’impegno, spesso evocato ma raramente tradotto in fatti, di una transizione energetica che porti all’abbandono progressivo dei combustibili fossili. Obiettivi che, in assenza di un attore geopolitico di primo piano, rischiano di rimanere lettera morta.
La reazione europea
La mossa di Washington non è passata inosservata, trovando una reazione netta in Europa. Il Commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, in un’intervista, ha definito l’assenza statunitense un “momento spartiacque”, sottolineando come si stia volontariamente escludendo dal negoziato il più grande attore geopolitico mondiale e il secondo maggiore emettitore di CO2. Una presa di posizione che, al di là delle parole, segnala la profonda frattura che si è creata nella governance climatica globale, lasciando che siano le autocrazie e altri soggetti a dettare l’agenda su una tematica che, pur scomparendo dai radar delle priorità politiche di alcuni, continua a innescare impatti catastrofici le cui vittime e i cui costi, come dimostrano i Caraibi, superano ormai quelli di molti conflitti armati.
Il costo reale dell'inazione
La devastazione portata dall’uragano Melissa, con il suo carico di lutti e di distruzione, rappresenta dunque il lato più crudo e tangibile di un’inerzia della politica internazionale che, nonostante gli allarmi della scienza, procede a singhiozzo. Quella tra l’emergenza umanitaria in atto nell’Atlantico e le stanze dei bottoni di Belém si delinea come una frattura sempre più ampia, che separa la retorica dei vertici dalla realtà delle popolazioni colpite. Il mondo, in queste settimane, non si interroga solo sulle modalità per mitigare il riscaldamento globale, ma sta cominciando a fare i conti, in modo diretto e spietato, con il prezzo che si paga per non aver agito per tempo, un prezzo che viene misurato non solo in miliardi di dollari, bensì in esistenze spezzate e in un futuro incerto per centinaia di migliaia di persone.




