L’ergastolo per Yoon Suk-yeol, la sentenza del tribunale di Seul per il tentativo di insurrezione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il tribunale distrettuale centrale di Seul ha condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol, riconosciuto colpevole di essere il capo di un’insurrezione. Il verdetto, letto dal giudice Ji Gwi-yeon in un’aula trasformata in palcoscenico di uno dei più gravi processi costituzionali nella storia della Corea del Sud, arriva 443 giorni dopo quella notte del 3 dicembre 2024 in cui Yoon dichiarò la legge marziale. Una misura, la sua, che rimase in vigore per circa sei ore, il tempo necessario ai parlamentari — quelli che riuscirono a scavalcare il blocco militare — per riunirsi e votare all’unanimità la revoca dell’ordine. La pena capitale, formalmente richiesta dall’accusa che non aveva trovato attenuanti nella condotta dell’imputato, è stata così scongiurata, anche se per l’ex capo di Stato si aprono ora i termini per l’appello.

I fatti di dicembre e la mobilitazione delle forze

Secondo quanto ricostruito dai magistrati e riportato nelle motivazioni della sentenza, l’allora presidente Yoon Suk-yeol mobilitò esercito e polizia con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare l’Assemblea nazionale, all’epoca saldamente in mano all’opposizione liberale. I giudici hanno parlato di un tentativo di “instaurare un potere incontrollato per un periodo di tempo considerevole”, sottolineando come il cuore dell’accusa di insurrezione risieda proprio nell’aver dispiegato truppe per impedire il funzionamento del parlamento. Tra i piani, contestati dalla procura speciale, vi era anche quello di arrestare figure politiche di spicco, inclusi i leader dei principali partiti e lo stesso presidente dell’Assemblea nazionale. La difesa di Yoon, che ha sempre negato le accuse definendo la dichiarazione di legge marziale un atto di governo legittimo per contrastare “forze antistatali”, non ha trovato ascolto. Il giudice, nel leggere il dispositivo, è stato netto nel definire l’operato dell’ex presidente: un tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale, una condotta che ha scavato un solco profondo nella società sudcoreana.

Le condanne dei collaboratori e il precedente storico

Nella stessa udienza sono state inflitte pene severe anche ad altri sette imputati, tra alti ufficiali e funzionari, coinvolti nella pianificazione e nell’esecuzione del piano. L’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun, considerato una delle menti dell’operazione insieme a Yoon, è stato condannato a trent’anni di reclusione. Pene che vanno dai diciotto ai dieci anni sono state comminate rispettivamente all’ex comandante dell’intelligence della difesa Noh Sang-won, all’ex commissario dell’agenzia di polizia nazionale Cho Ji-ho e all’ex capo della polizia metropolitana di Seul Kim Bong-sik. La corte ha assolto altri due imputati per insufficienza di prove. Il processo a Yoon Suk-yeol, trasmesso in diretta televisiva nazionale, ha richiamato alla memoria collettiva un fantasma del passato: quello del dittatore Chun Doo-hwan, condannato a morte nel 1996 nella stessa aula per il colpo di stato del 1979 e il massacro di Gwangju, pena poi commutata e seguita da una grazia. Un parallelismo, questo, che molti sudcoreani hanno colto immediatamente, segno di come la ferita della dittatura militare, formalmente sepolta con la democratizzazione del 1987, non sia mai del tutto rimarginata.

La reazione dei sostenitori e la frattura politica

Fuori dal tribunale, la lettura della sentenza ha scolpito nella pietra le fratture di un paese polarizzato. Da un lato, i detrattori dell’ex presidente, che hanno accolto il verdetto inneggiando alla pena di morte; dall’altro, migliaia di suoi sostenitori, radunati per gridare la loro fedeltà a quello che considerano il loro “solo e unico presidente”. Tra lacrime e urla di incredulità, i seguaci di Yoon, molti dei quali aderenti a teorie cospirative che vedono nelle elezioni una manipolazione straniera, in particolare cinese, hanno visto svanire la speranza di una assoluzione. Un’ala del Partito del Potere Popolare, la formazione conservatrice che Yoon un tempo guidava, cerca ora di prendere le distanze, con l’annuncio di un cambio di nome previsto per il primo marzo, ma la base più radicale rimane ancorata a una narrazione che dipinge l’ex presidente come una vittima di un complotto. Il verdetto, insomma, chiude il capitolo giudiziario principale ma lascia aperte profonde spaccature, con l’ex primo cittadino che, dal suo ruolo di detenuto numero 3617 in una cella di sette metri quadri, continua a rappresentare un punto di riferimento per una parte non trascurabile dell’elettorato.

I dettagli della sentenza e le motivazioni del giudice

Nel motivare la scelta dell’ergastolo, il giudice Ji Gwi-yeon ha spiegato che, sebbene l’ex presidente meriti una pena severa per aver “aggirato le procedure legali e fatto ricorso a mezzi violenti per minare le norme democratiche”, si è tenuto conto di alcuni fattori. Tra questi, l’età di Yoon, 65 anni, e la circostanza che, durante le sei ore di vigenza della legge marziale, non si sia fatto ricorso alla forza letale, evitando così una strage. Elementi, questi, che hanno portato il collegio a escludere il massimo della pena pur ribadendo la gravità del reato di insurrezione, l’unico per cui il codice sudcoreano prevede, oltre all’ergastolo, appunto la pena capitale. La corte ha anche riconosciuto come l’ex capo di Stato non abbia mostrato segni di pentimento, un aspetto che ha ulteriormente aggravato la sua posizione. La sentenza, che arriva dopo 43 udienze e l’ascolto di circa 160 testimoni, rappresenta un punto di svolta, ma con altri cinque procedimenti ancora aperti a carico di Yoon, la vicenda giudiziaria dell’ex presidente è destinato a trascinarsi ancora a lungo, mantenendo viva la fiamma di una crisi politica che ha messo a dura prova la tenuta democratica del paese.

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