L’ergastolo per Yoon Suk-yeol e il tentativo di colpo di Stato in Corea del Sud durato sei ore
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Redazione Esteri
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La corte distrettuale centrale di Seul, quella stessa aula che trent’anni fa aveva condannato a morte il dittatore Chun Doo-hwan, ha emesso il 19 febbraio una sentenza destinata a segnare un passaggio epocale per la democrazia sudcoreana: l’ergastolo per l’ex presidente Yoon Suk-yeol. Il giudice Ji Gwi-yeon, leggendo il dispositivo di fronte a un imputato rimasto impassibile per tutta la durata della lettura, ha riconosciuto il conservatore colpevole di aver guidato un’insurrezione armata nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 2024, quando tentò di imporre la legge marziale mobilitando esercito e polizia -2-6. La procura speciale aveva inizialmente richiesto la pena di morte, la più severa prevista dall’ordinamento per il reato di ribellione, ma i giudici hanno optato per una condanna all’ergastolo con lavori forzati, ritenendo che il piano, sebbene eversivo, non fosse stato accuratamente organizzato e non avesse provocato vittime -10. Fuori dal tribunale, nel frattempo, centinaia di sostenitori dell’ex presidente – molti dei quali sventolavano bandiere statunitensi nella speranza di un intervento di Donald Trump – hanno protestato contro una sentenza che definiscono ingiusta, mentre dall’altra parte della barricata i cittadini favorevoli alla condanna chiedevano giustizia per un atto che ha riportato il paese agli incubi delle dittature militari degli anni Ottanta -6.
Le sei ore che sconvolsero Seul: soldati in parlamento e deputati oltre le barricate
Era il 3 dicembre 2024 quando Yoon Suk-yeol, in un discorso a sorpresa trasmesso in televisione, annunciò l’imposizione della legge marziale giustificandola come misura necessaria per contrastare le “forze antistatali” che, a suo dire, minavano la sicurezza nazionale e il corretto funzionamento delle istituzioni -1-7. Il bersaglio era esplicito: l’Assemblea nazionale a maggioranza liberale, rea di bloccare il programma di governo e di ostacolare le riforme economiche. Nel giro di poche ore, reparti speciali dell’esercito e unità di polizia circondarono l’edificio parlamentare, mentre soldati armati – alcuni dei quali con il volto coperto – sfondarono vetrate e tentarono di impedire l’accesso ai deputati convocati d’urgenza per votare la revoca del decreto -5-6. Le immagini dei militari schierati davanti al parlamento hanno fatto il giro del mondo, riaprendo ferite profonde in un paese che dalla fine degli anni Ottanta aveva costruito la propria identità proprio sul rifiuto dei golpe militari. Secondo quanto emerso dalle indagini e riportato nell’atto d’accusa, Yoon avrebbe ordinato ai comandanti sul campo di “sfondare le porte e trascinare fuori i legislatori anche a costo di usare le armi”, un ordine che per fortuna non è stato eseguito fino alle estreme conseguenze grazie alla determinazione dei 190 deputati che, scavalcando le barricate, riuscirono a entrare nell’emiciclo e a votare all’unanimità la revoca del provvedimento -5.
La parabola discendente di un magistrato diventato presidente: dai fasti dell’anticorruzione agli scandali di famiglia
Per comprendere la portata della caduta di Yoon Suk-yeol occorre ripercorrere la sua ascesa fulminante, quella che lo aveva portato da procuratore generale a inquilino della Casa Blu in soli tre anni. Ex magistrato formatosi nelle procure di Seul, Yoon era diventato un eroe nazionale per aver messo in carcere due ex presidenti – Park Geun-hye e Lee Myung-bak – e per aver osato indagare su potenti figure del mondo politico e finanziario quando era a capo dell’ufficio di procura distrettuale -3-8. La sua reputazione di “sterminatore di corrotti” lo aveva lanciato verso la presidenza nel 2022, quando vinse le elezioni più combattute della storia sudcoreana con un margine inferiore all’uno per cento, cavalcando un’onda populista che prometteva ordine e legalità dopo anni di lacerazioni politiche -9. Tuttavia, una volta insediatosi, la sua stella ha cominciato rapidamente a offuscarsi: l’impopolarità crescente, dovuta a una gestione disastrosa dell’economia e a una comunicazione pubblica spesso giudicata arrogante, si è intrecciata con una serie di scandali familiari che ne hanno minato progressivamente la credibilità -3. La first lady Kim Keon-hee, recentemente condannata a venti mesi per corruzione, è finita al centro di numerose inchieste per manipolazione del mercato azionario e per aver accettato costosi regali da un pastore protestante, mentre la suocera dell’ex presidente è stata incarcerata per falso in atto pubblico -3-9. A tutto ciò si aggiunge la tragedia di Halloween del 2022 a Itaewon, costata la vita a 159 persone e attribuita a gravi negligenze delle autorità, che ha ulteriormente eroso il consenso nei confronti di un esecutivo sempre più percepito come distante dai problemi reali della popolazione -3.
La condanna dell’ex ministro della Difesa e l’architettura del tentativo eversivo
La sentenza di ergastolo per Yoon non rappresenta l’unico capitolo giudiziario di questa vicenda, dal momento che il tribunale di Seul ha contestualmente emesso condanne pesanti per altri sette imputati, tutti appartenenti alla cerchia dei fedelissimi che l’ex presidente aveva chiamato a raccolta nei mesi precedenti il tentato golpe. L’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun, considerato il principale artefice materiale del piano insieme a Yoon, è stato condannato a trent’anni di reclusione per aver coordinato la mobilitazione delle truppe e per aver predisposto, insieme ai vertici militari, l’accerchiamento del parlamento e il blocco delle comunicazioni -1-10. Pene significative sono state inflitte anche all’ex capo della polizia nazionale Cho Ji-ho, 12 anni, e all’ex comandante della polizia metropolitana di Seul Kim Bong-sik, 10 anni, riconosciuti colpevoli di aver messo a disposizione dell’operazione reparti in divisa e mezzi blindati -10. Secondo la ricostruzione dei giudici, che hanno respinto la tesi difensiva secondo cui si sarebbe trattato di un “atto simbolico” per richiamare l’attenzione sull’ostruzionismo dell’opposizione, la notte del 3 dicembre fu preparata nei dettagli: le forze speciali avevano con sé mazze, fascette per cavi e altri strumenti atti a neutralizzare i deputati, mentre l’obiettivo dichiarato era quello di arrestare i leader liberali e prendere il controllo dell’emittente nazionale per diffondere comunicati governativi -5-10. Solo la reazione tempestiva del parlamento, che riuscì a riunirsi nonostante il blocco, e la riluttanza di alcuni reparti a eseguire ordini palesemente incostituzionali hanno impedito che la situazione degenerasse in uno spargimento di sangue.
L’iter giudiziario e le altre pendenze: dall’arresto blindato alla condanna per ostruzione
Prima ancora della sentenza definitiva per insurrezione, Yoon Suk-yeol aveva già collezionato altre condanne che contribuiscono a delineare il ritratto di un leader progressivamente isolato e sempre più incline a considerarsi al di sopra della legge. Il 16 gennaio scorso, infatti, lo stesso tribunale distrettuale centrale lo aveva condannato a cinque anni per ostruzione alla giustizia, abuso di potere e distruzione di prove, in un procedimento separato ma strettamente connesso agli eventi di dicembre -2-7. In quell’occasione emerse come l’ex presidente avesse utilizzato i servizi di sicurezza presidenziali per impedire il proprio arresto, barricandosi nella residenza ufficiale per settimane e dando vita a un braccio di ferro senza precedenti con la procura. Per neutralizzare la resistenza della sua scorta personale – che aveva formato una catena umana davanti ai cancelli della Casa Blu – furono necessari oltre tremila agenti e due distinti tentativi, finché a gennaio 2025 gli investigatori riuscirono a fare irruzione e a condurlo via in stato di fermo, decretando un primato storico: mai prima d’ora un presidente sudcoreano in carica, seppur sospeso, era stato arrestato -2-8. Dopo la destituzione formale sancita dalla Corte costituzionale nell’aprile 2025 – che aveva accolto all’unanimità la richiesta di impeachment – Yoon ha perso ogni prerogativa presidenziale e si è presentato al processo per insurrezione come un comune cittadino, sebbene ancora circondato da un nucleo di fedelissimi pronti a manifestare in suo sostegno -4-6.
L’atteggiamento in aula e le reazioni fuori dal tribunale
Durante la lettura della condanna, durata diverse ore, l’ex presidente ha mantenuto un contegno che i cronisti presenti nell’aula affollata hanno descritto come distaccato e quasi altero: lo sguardo fisso verso una parete laterale, evitando accuratamente di incrociare gli occhi del giudice, Yoon non ha mostrato segni di cedimento emotivo neppure quando il dispositivo ha sancito che avrebbe trascorso il resto della sua esistenza in cella -1. Un comportamento, questo, che secondo gli osservatori riflette la strategia processuale adottata dalla difesa sin dall’inizio, improntata a rivendicare la legittimità costituzionale del decreto di legge marziale e a respingere l’accusa di insurrezione come una strumentalizzazione politica orchestrata dall’opposizione liberale. All’esterno del palazzo di giustizia, nel frattempo, la tensione è rimasta alta per tutto il giorno: migliaia di sostenitori – molti dei quali anziani, ma anche giovani attivisti di destra – hanno scandito cori inneggianti a Yoon e sventolato bandiere sudcoreane e statunitensi, confidando in un improbabile intervento diplomatico dell’amministrazione Trump per ottenere una commutazione della pena -6. Dall’altro lato delle transenne, gruppi più piccoli ma altrettanto determinati di cittadini hanno festeggiato la condanna come una vittoria della democrazia, esponendo striscioni con scritto “Vergogna” e “Giustizia è fatta” -2. La polizia, schierata in forze per prevenire scontri, ha mantenuto separate le due fazioni mentre i telegiornali nazionali trasmettevano in diretta le immagini di un paese ancora spaccato a metà.
La posizione dei militari e il nodo della responsabilità penale
Nel costruire l’impianto accusatorio, i magistrati hanno dedicato ampio spazio al ruolo svolto dai vertici delle forze armate e di polizia, considerati non meri esecutori di ordini illegittimi bensì complici attivi di un disegno eversivo che prevedeva l’azzeramento delle garanzie costituzionali. L’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun, in particolare, è stato riconosciuto colpevole di aver predisposto piani dettagliati per l’occupazione del parlamento e per il sequestro dei principali leader dell’opposizione, tra cui l’allora candidato liberale Lee Jae-myung oggi divenuto presidente -1-6. Dalle intercettazioni e dalle testimonianze raccolte durante le indagini – condotte da una procura speciale istituita ad hoc – è emerso che Kim avrebbe ordinato ai comandanti delle unità speciali di preparare “celle temporanee” all’interno del complesso parlamentare e di tenersi pronti a neutralizzare qualsiasi forma di resistenza, anche fisica. La corte ha ritenuto provato che Yoon fosse costantemente aggiornato sullo stato di avanzamento delle operazioni e che, anzi, avesse personalmente sollecitato i generali a “non fermarsi davanti a nulla” pur di impedire il voto di revoca -5. Sebbene il tentativo sia naufragato nel giro di poche ore, i giudici hanno sottolineato come la gravità del reato risieda non già nel risultato conseguito ma nella volontà di sovvertire l’ordinamento democratico servendosi dell’apparato militare, circostanza che in qualsiasi paese civile configura il delitto di insurrezione nella sua forma più grave -2-10.
Le implicazioni giuridiche della sentenza e il ricorso annunciato
Con la condanna all’ergastolo, Yoon Suk-yeol evita la pena capitale – formalmente ancora in vigore nell’ordinamento sudcoreano ma non più eseguita dal 1997 – e si aggiunge alla lista dei leader politici finiti in carcere dopo aver ricoperto la più alta carica dello stato -10. La difesa ha già annunciato che presenterà ricorso in appello entro i termini di legge, confidando di poter ribaltare almeno in parte il verdetto e ottenere una riduzione della pena; i legali dell’ex presidente sostengono infatti che la dichiarazione della legge marziale rientrasse nelle prerogative costituzionali del capo dello stato e che non vi sia stata alcuna intenzione eversiva, bensì la volontà di fronteggiare un’emergenza politica generata dall’ostruzionismo parlamentare -1-6. Tuttavia, la mole di prove raccolte – dalle testimonianze dei generali pentiti ai messaggi intercorsi tra i congiurati nelle ore cruciali – rende probabile che la corte d’appello confermi l’impianto accusatorio, anche se non è escluso che possa ridimensionare alcuni capi d’imputazione. Nel frattempo, l’ex presidente resta detenuto nel centro di custodia di Seul, dove sta scontando anche la precedente condanna a cinque anni, in attesa che i giudici si pronuncino sugli ulteriori procedimenti a suo carico – tra cui quello per corruzione che coinvolge la moglie – e che il nuovo corso politico guidato da Lee Jae-myung consolidi una volta per tutte la transizione democratica dopo i turbolenti mesi seguiti al fallito golpe.




