Donna thailandese si salva dalla cremazione bussando dalla bara

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In un tempio buddista alla periferia di Bangkok, il silenzio carico di preghiera è stato spezzato da un suono inatteso e sinistro: un leggero bussare proveniente dall’interno di una semplice bara di legno, pronta per essere affidata alle fiamme. Il personale del tempio, inizialmente incredulo di fronte a un evento tanto macabro quanto improbabile, si è avvicinato con cautela, ascoltando nuovamente quel rumore fiacco che sembrava provenire da un altro mondo. A quel punto, il direttore del luogo di culto, Pairat Soodthoop, ha impartito l’ordine di aprire il feretro, un’operazione che ha rivelato alla vista attonita dei presenti la donna, una thailandese di 65 anni, mentre apriva lievemente gli occhi, mostrando flebili ma inequivocabili segni di vita proprio nel momento in cui la sua esistenza era data ormai per conclusa.

Il tragitto fino al tempio

La vicenda, che ha dell’incredibile, affonda le sue radici in un viaggio lungo centinaia di chilometri, durante il quale il fratello della donna aveva trasportato quanto credeva essere il corpo senza vita della sorella fino a un ospedale, con l’intenzione di donarne gli organi. Una volta respinta la donazione, forse a causa di protocolli non soddisfatti o di una valutazione superficiale delle sue condizioni, la direzione presa era stata quella del Wat Rat Prakhong Tham, nella provincia di Nonthaburi, dove si sarebbe dovuta svolgere la cremazione. È in questo frangente, mentre i preparativi per il rito funebre erano ormai ultimati, che il miracoloso risveglio ha fermato l’ineluttabile, trasformando una tragedia annunciata in una storia di sopravvivenza.

Il risveglio inatteso

La dinamica del risveglio, sebbene non sia stata ricostruita nei dettagli più intimi, appare chiara nella sua sequenza essenziale: la donna, che versava in uno stato di incoscienza così profondo da essere stato scambiato per morte, ha cominciato a riacquistare i sensi dentro il contenitore che avrebbe dovuto essere la sua ultima dimora. Oltre al bussare, che per primo ha allertato gli astanti, gli operatori del tempio hanno potuto osservare, dopo l’apertura della cassa, dei movimenti appena percettibili delle braccia e della testa, segni di un organismo che lentamente tornava a lottare. Questi indizi, sebbene minimi, sono bastati a fermare una procedura che, di lì a pochi istanti, sarebbe divenuta irreversibile.

Le implicazioni di un caso limite

Episodi del genere, per quanto rari, pongono interrogativi stringenti sulle procedure di accertamento del decesso, specialmente in contesti dove la fretta o la mancanza di strumentazioni adeguate possono condurre a errori fatali. L’episodio thailandese, per la sua drammaticità, si inserisce in un filone di cronaca nera che, pur trattato con il massimo rispetto per i diretti interessati, obbliga a una riflessione sulla delicatezza della diagnosi di morte. La prontezza di riflessi del personale del tempio, che ha saputo ascoltare e interpretare correttamente un segnale di vita in un luogo di morte, ha evitato che un fatto già sconvolgente si tingesse di una tragedia ancor più cupa.

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