La guerra in Iran manda in frantumi la coalizione Maga: da Candace Owens a Tucker Carlson, i fedelissimi di Trump ora ne chiedono la rimozione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La linea che separa l’approvazione incondizionata dal distacco totale si è assottigliata fino a spezzarsi, gettando l’ex movimento Maga in una crisi di fiducia senza precedenti. Quella che per anni è apparsa come una monolitica macchina da consenso, capace di digerire qualsiasi scivolone del suo leader, sta mostrando crepe profonde proprio mentre l’amministrazione è impegnata su un fronte delicato come quello iraniano. A innescare la frattura non è stata una svista diplomatica, ma una serie di dichiarazioni e scelte strategiche che hanno spinto alcuni dei più noti opinionisti conservatori – un tempo alleati fedelissimi – a rompere l’asse con la Casa Bianca, chiedendo addirittura l’allontanamento fisico del presidente.

Candace Owens, che ha costruito la sua popolarità proprio sull’onda del trumpismo, è stata tra le prime a usare un tono tagliente: “Potrebbe essere arrivato il momento di mettere il nonno in una casa di riposo”. L’affondo, che ha fatto il giro del web, non è rimasto isolato. Si è inserito in un coro di critiche che comprende nomi pesanti come Tucker Carlson, Megyn Kelly e Alex Jones, tutti accomunati da un sentimento di tradimento percepito. La loro rabbia non nasce da un dissidio su una riforma economica secondaria, ma dalla gestione del conflitto in Iran, un’arena nella quale Trump ha scelto una linea dura che molti di loro ritengono incompatibile con il vecchio dogma “America First”.

L’attacco di Trump ai “complotisti” e la risposta durissima: “Pazzo e posseduto da forze demoniache”

La reazione del presidente non si è fatta attendere, ed è stata, per usare un eufemismo, deflagrante. In un post pubblicato su Truth Social, Trump ha risposto a grappolo, definendo i suoi critici interni “stupid people with a low IQ” (persone stupide con un QI basso), “nut jobs” (pazzi scatenati) e “troublemakers” (seminatori di discordia). Ha aggiunto, con un lessico tipicamente spietato, che costoro sono “losers” (perdenti) che cercano solo attenzione, specificando che persino Carlson “couldn’t even finish college” (non è riuscito nemmeno a finire il college) e che forse avrebbe bisogno di uno psichiatra. Owens, dal canto suo, è stata bersagliata anche con un commento sulla sua presunta invidia nei confronti della first lady francese Brigitte Macron.

Lontani dall’intimidirsi, gli ex alleati hanno alzato ulteriormente la posta in gioco. La risposta è stata un crescendo di accuse di instabilità mentale, con Owens che ha ribadito il concetto della “casa di riposo” e Marjorie Taylor Greene – altra figura di spicco ora dissidente – che ha dichiarato pubblicamente che il presidente “ha perso la testa”. La nota più grottesca, se così si può definire, è arrivata da Alex Jones: l’ideologo complottista ha infatti dichiarato che Trump sarebbe “posseduto da forze demoniache”. Lo spettro del 25° emendamento, che prevede la rimozione di un presidente incapace di assolvere i propri doveri, è stato evocato ripetutamente in queste bordate.

Dagli Epstein files al Venezuela, i nodi irrisolti che aggravano la frattura interna

A rendere la rottura difficilmente ricucibile è la consapevolezza che i malumori covavano sotto la cenere ben prima dello scoppio della guerra. Le frizioni erano emerse con chiarezza in occasione della pubblicazione dei cosiddetti “Epstein files” – dossier che molti attivisti Maga volevano fossero resi pubblici integralmente – e successivamente riguardo all’intervento dell’amministrazione in Venezuela. In entrambi i casi, come riportano le cronache politiche, Owens, Carlson e gli altri avevano già iniziato a marcare una distanza, accusando Trump di non mantenere fede alle promesse di trasparenza e di non-interventismo.

Con l’Iran, tuttavia, la soglia è stata superata. Per molti di loro, lanciare un’offensiva su larga scala in Medio Oriente rappresenta il tradimento più evidente dello spirito “Maga”, quello che aveva fatto dell’opposizione alle “guerre infinite” un cavallo di battaglia. La delusione è palpabile: figure che hanno passato anni a difendere il presidente dai media tradizionali ora lo descrivono come “finito” o squilibrato, lamentando che non esiste più una linea guida ideologica, ma solo l’impulso personalistico del capo. I timori, inoltre, non sono solo politici ma anche giudiziari, con la consapevolezza che le sorti del conflitto in Iran influenzeranno inevitabilmente le indagini e le narrazioni interne al partito.

Lo spettro del “mission accomplished” aleggia sulla Casa Bianca tra i dubbi repubblicani

Mentre i fedelissimi di ieri imbracciano i social media per colpire il presidente, a Washington si respira un’aria inquietante che ricorda scenari già visti in passato. Lo spettro del discorso “Mission Accomplished” pronunciato da George W. Bush il 1° maggio 2003 aleggia nei corridoi del potere. Dopo le dichiarazioni di “vittoria totale” rilasciate dall’amministrazione, permangono enormi dubbi non solo tra i democratici, ma all’interno dello stesso schieramento repubblicano, comprese le frange più radicali del Maga.

La memoria storica torna prepotente: Bush dichiarò la fine delle operazioni maggiori in Iraq a bordo della portaerei Abraham Lincoln solo sei settimane dopo l’invasione, salvo poi assistere a un conflitto che sarebbe durato anni. Oggi, gli strateghi osservano con preoccupazione la situazione, notando come le promesse di una guerra lampo rischino di infrangersi contro la realtà di un conflitto per procura complesso e costoso. L’incertezza sul da farsi e l’assenza di una chiara exit strategy stanno alimentando l’ansia tra i legislatori, molti dei quali temono che l’amministrazione abbia sottovalutato la resilienza delle milizie iraniane e dei loro alleati regionali. La crisi di consenso tra le élite conservatrici, quindi, non è solo un fenomeno mediatico, ma il riflesso di un malessere strategico profondo che rischia di paralizzare l’azione del governo nei prossimi mesi cruciali.

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