La guerra in Iran spacca il fronte Maga: Candace Owens e Tucker Carlson contro Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Lo spettro del “mission accomplished” aleggia sulla Casa Bianca, un’ombra lunga che arriva dritta dal 2003, da quando George W. Bush proclamò la fine delle ostilità in Iraq dalla prua della portaerei Abraham Lincoln. Oggi, a distanza di settimane dall’inizio dell’intervento militare in Iran, le dichiarazioni di vittoria totale provenienti dall’amministrazione Trump cozzano violentemente contro una realtà fatta di dubbi persistenti, che non risparmiano nemmeno il fronte interno. Non è solo l’opposizione democratica, ormai prevedibilmente compatta nel chiedere il ritiro delle truppe, a minare la narrativa della Casa Bianca. Il vero terremoto, capace di sbriciolare le certezze del presidente, arriva dal cuore pulsante del suo stesso consenso: quella galassia di influencer, opinionisti ed ex fedelissimi che hanno costruito il movimento Maga e che oggi chiedono a gran voce un cambio di rotta, se non addirittura la rimozione fisica del capo dello stato.

Il “nonno” va messo a riposo: l’affondo di Candace Owens

La frattura, che covava sotto la cenere da mesi per questioni come i cosiddetti “Epstein files” o l’intervento in Venezuela, è esplosa con una violenza inaudita proprio mentre i jet colpivano obiettivi iraniani. A dare il via alla rivolta dei “lealisti traditi” è stata Candace Owens, un tempo colonna portante del sostegno a Trump e oggi sua fustigatrice implacabile. La sua sentenza, affilata come un rasoio, è stata un passaparola virale: “Potrebbe essere arrivato il momento di mettere il nonno in una casa di riposo”. Un’immagine cruda, quella del patriota rinchiuso in una struttura di cura, che mira a delegittimare non tanto le scelte politiche del presidente quanto la sua lucidità mentale. Owens, che ha costruito una carriera sulla difesa ad oltranza dell’America First, accusa Trump di essersi trasformato in un “re pazzo”, un despota irrazionale incapace di onorare le promesse elettorali che lo avevano portato al potere.

Carlson, Jones e Kelly: un fronte compatto contro la “follia” presidenziale

Owens non è sola. A farle eco, come in una camera di risonanza destinata a frantumare l’unità del fronte conservatore, ci sono pesi massimi del calibro di Tucker Carlson e Alex Jones. Il primo, ex volto di punta di Fox News, ha definito “vile a ogni livello” la strategia del presidente in Medio Oriente, sottolineando come l’amministrazione sia caduta nella trappola di promesse di “guerre infinite” che proprio Trump aveva giurato di voler evitare. Ancora più duro Alex Jones, il teorico della cospirazione che aveva speso energie ed eloquio per sostenere la rielezione dell’attuale presidente. Jones, visibilmente scosso, ha confessato pubblicamente la sua tristezza nel vedere “l’uomo che era” trasformarsi in una marionetta in balia di influenze esterne, lasciandosi “tirare per il naso” da Netanyahu. A suggellare questa inedita alleanza contro il Tycoon ci ha pensato Marjorie Taylor Greene, un’altra fedelissima che non ha esitato a definire Trump un “pazzo scatenato”. “Ho combattuto al fianco di Carlson, Owens e Jones per farlo eleggere – ha tuonato Greene – e ora il presidente si lancia in un delirio sconclusionato attaccandoci tutti in un colpo solo”.

La replica di Trump: “Sono perdenti, non sono Maga”

Di fronte a questa sollevazione che rischia di lacerare il movimento che lo ha reso invincibile alle urne, Donald Trump ha risposto come suo solito: alzando il tiro e sparando a zero. In un post fiume sul suo social network, il presidente ha annichilito i suoi ex alleati definendoli dei “perdenti”, affetti da un “QI basso” e incapaci di capire cosa significhi veramente rendere l’America grande di nuovo. Con una mossa tipica del suo stile, Trump ha tentato di marginalizzarli, escludendoli dal marchio Maga che lui ritiene di possedere in esclusiva. “Non sono Maga – ha scritto – sono solo dei falliti che cercano di aggrapparsi al movimento per avere un po’ di popolarità”. L’attacco frontale, che ha incluso frecciate personali a Owens (definita “pazza” e messa a confronto, in modo poco elegante, con la first lady francese), non ha tuttavia sortito l’effetto intimidatorio sperato, alimentando invece un’escalation verbale che non accenna a placarsi.

L’incubo di Washington: uno scenario da “Mission Accomplished”

Mentre i riflettori sono puntati su questa guerra interna ai conservatori, a Washington i timori per lo scenario internazionale restano altissimi. Il fantasma del discorso di Bush del 2003, che dichiarò vittoria sotto uno striscione celebrativo mentre in Iraq iniziava una sanguinosa guerriglia, è il vero incubo che tiene svegli gli strateghi. Nonostante le rassicurazioni di facciata, l’esecutivo fatica a tenere insieme i cocci di una coalizione che, nel giro di poche settimane, si è ritrovata spaccata in due. Da un lato i falchi interventisti, dall’altro gli isolazionisti della prima ora, quelli che avevano votato Trump proprio per smantellare l’apparato bellico statunitense in Medio Oriente. La domanda che aleggia nei corridoi del potere non è più se il regime di Teheran sopravviverà ai raid, ma se il consenso interno alla Casa Bianca, eroso da queste rivolte mediatiche, reggerà l’urto di una guerra che si preannuncia lunga e sanguinosa.

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