L’ira dei fedeli Maga e il “caso Trump”: furbo o pazzo? Il tycoon perde pezzi per strada

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La domanda, circolata prima sottovoce nei salotti bene di Washington e poi esplosa con violenza nelle trincee digitali dei social, è ormai un vero e proprio caso politico: Donald Trump è “furbo come una volpe” – come ama ricordare ai suoi – oppure, nelle sue sempre più frequenti uscite provocatorie, sta semplicemente mostrando i segni di un preoccupante squilibrio? L’ipotesi, lungi dall’essere solo un attacco della stampa avversaria, alimenta un dibattito rovente che sta spaccando la stessa base elettorale che lo ha riportato alla Casa Bianca; un dibattito che, visti i tempi di guerra che The Donald presiede, sta cominciando a innervosire non poco anche i suoi fedelissimi.

A innescare la miccia, questa volta, è stato un attacco frontale al primo Papa americano della storia, Leone XIV. Non una semplice critica politica, ma un vero e proprio sfogo – quello che il tycoon ha pubblicato sul suo social Truth – in cui definiva il pontefice “debole” sulla criminalità e “pessimo” in politica estera, aggiungendo, con quella che molti hanno giudicato arroganza allo stato puro, che se lui non fosse alla Casa Bianca, quel Papa “non sarebbe in Vaticano”. Poco dopo, quasi a voler alzare ulteriormente la posta in gioco, è apparsa (e prontamente scomparsa, dopo le polemiche) un’immagine generata dall’intelligenza artificiale: Trump nei panni di un Cristo guaritore, con le mani che emanano luce divina su un malato. Una mossa, quest’ultima, che ha trasformato il malcontento in una sollevazione popolare.

Se i democratici invocano ormai da tempo il 25esimo emendamento per rimuoverlo, sostenendo un evidente declino cognitivo, è il fronte interno a far tremare i polsi degli strateghi repubblicani. L’ex avvocato della Casa Bianca, Ty Cobb, lo ha liquidato senza mezzi termini definendolo “un folle”, mentre la sua ex fedelissima Candace Owens è arrivata a bollarlo come “lunatico genocida”. Ma il dato più sorprendente è un altro: a sentirsi traditi sono proprio quegli elettori cristiani conservatori che avevano contribuito in modo decisivo alla sua vittoria.

Blasfemia o strategia? L’errore di calcolo del tycoon

L’establishment religioso, solitamente compatto dietro le politiche del Gop, ha rotto gli indugi. “Siamo sconcertati”, ha dichiarato al Wall Street Journal John Yep, leader di Catholics for Catholics, un’associazione che finora ha sempre marciato al fianco dell’amministrazione. Figure di spicco del movimento Maga, come la conduttrice Riley Gaines e l’influencer Brilyn Hollyhand, hanno tuonato contro quella che hanno definito “una blasfemia oltraggiosa”, chiedendo al presidente un po’ di quella umiltà che, a suo dire, non gli ha mai nuociuto. Persino il senatore repubblicano Mike Sounds ha preso le distanze, giudicando l’attacco al pontefice “inappropriato”.

Ma qual è la vera natura di questa tempesta? Il politologo Eric Alterman, interpellato sull’argomento, fornisce una chiave di lettura lucida e inquietante. Secondo Alterman, non si tratta di semplice “messa in scena” o di tattica per distrarre l’opinione pubblica dai dossier scottanti (come le guerre in corso o il carovita). Nel comportamento del presidente, egli scorge “un elemento patologico” che ha a che fare con una “disonestà” di fondo, una tendenza a piegare la realtà ai propri desideri. Trump, in altre parole, non cerca solo il consenso; lo esige, considera ogni defezione un tradimento sul campo, come se la politica fosse un’estensione del suo stesso ego.

La strategia del caos si ritorce contro

Per anni, i consiglieri del tycoon hanno predicato il mantra “Lasciate che Trump sia Trump”, una filosofia basata sul rapporto viscerale che lega il leader a un elettorato stanco del perbenismo di facciata. Tuttavia, quella che un tempo era considerata una geniale macchina da guerra retorica, oggi rischia di incepparsi miseramente. Il presidente è consapevole che le guerre moderne si vincono sul piano dell’opinione pubblica ancor prima che su quello militare; per questo vuole compattare le truppe con un linguaggio sempre più estremo.

Eppure, il risultato ottenuto con l’attacco al Vaticano e l’immagine blasfema è l’esatto opposto. Nicholas Fuentes, estremista di destra e suo ex alleato, ha elencato con sarcasmo tutte le fette di elettorato che l’amministrazione si è alienata: dai cattolici ai musulmani, fino agli elettori “no-war”. L’episodio ha mostrato una crepa insanabile nel movimento Maga, dove persino i pastori evangelici, come il texano Joel Webbon, hanno iniziato a parlare apertamente di “possessione demoniaca”. In questa fase, la domanda se Trump sia un genio strategico o un uomo fuori controllo non è più un esercizio retorico, ma una variabile concreta che sta ridefinendo gli equilibri di potere a stelle e strisce.

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