Il mito della batteria fragile: uno studio britannico ridefinisce la durata degli accumulatori sulle auto elettriche

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La percezione comune, quella che vuole le batterie delle auto elettriche soggette a un declino inesorabile e rapido dopo pochi anni di utilizzo, viene sostanzialmente smentita da un’analisi condotta nel Regno Unito. Il Generational 2025 Battery Performance Index, che rappresenta ad oggi la fotografia più estesa e dettagliata sullo stato di salute degli accumulatori nel mercato dell’usato, ha preso in esame oltre ottomila test eseguiti su veicoli di trentasei marchi differenti, con un’età compresa tra i primi mesi di vita e i dodici anni. Le percorrenze, in molti casi, superavano abbondantemente le 160.000 miglia, l’equivalente di circa 257.000 chilometri, offrendo così un campione statistico di notevole rilevanza per comprendere le reali dinamiche di invecchiamento delle celle agli ioni di litio. Ciò che emerge, in controtendenza rispetto ai timori più diffusi tra gli automobilisti, è una resilienza degli accumulatori ben superiore alle previsioni, con un tasso di degrado che si attesta su valori sorprendentemente contenuti anche dopo un uso intensivo e prolungato nel tempo. Lo studio, infatti, rivela come la capacità residua media si aggiri attorno al novanta per cento di quella originale dopo circa 145.000 chilometri, un dato che ridimensiona drasticamente l’ansia legata a un precoce declino delle prestazioni.

L’analisi del mercato britannico e la curva di invecchiamento

A corroborare questi risultati, che derivano da un'analisi promossa da un importante rivenditore specializzato in veicoli elettrici usati nel Regno Unito, è la constatazione di come il degrado più marcato si manifesti prevalentemente nei primi mesi di vita della batteria, per poi subire un deciso rallentamento e procedere in maniera estremamente graduale. La cosiddetta “curva di degrado” tende ad appiattirsi dopo il primo anno, suggerendo che le celle, dopo un iniziale assestamento, mantengano le loro caratteristiche con una fedeltà quasi sorprendente. Un elemento tecnico di non poco conto, e che contribuisce a spiegare questa longevità, risiede nella presenza di una “zona cuscinetto” o buffer, una porzione di capacità della batteria che i costruttori lasciano volutamente inutilizzata e che viene progressivamente “sbloccata” dal sistema di gestione elettronica per compensare le perdite fisiologiche dovute all’invecchiamento. Questo stratagemma ingegneristico fa sì che l’autonomia realmente fruibile dal guidatore possa rimanere invariata per centinaia di migliaia di chilometri, anche quando la capacità chimica totale dell’accumulatore inizia a diminuire. I veicoli presi in considerazione, peraltro, appartenevano spesso a flotte aziendali o in leasing, dunque sottoposti a un regime di utilizzo particolarmente gravoso, con frequenti cicli di ricarica rapida in corrente continua, il che rende i dati ancor più significativi per chi guarda al mercato dell’usato con sospetto.

Il caso norvegese: una Tesla Model 3 dopo 182.000 chilometri al freddo

Se i dati aggregati dello studio britannico offrono una panoramica statistica rassicurante, l'esperienza diretta di chi le auto elettriche le testa al limite restituisce un quadro altrettanto concreto. È il caso del celebre youtuber norvegese Bjørn Nyland, da anni impegnato a valutare le performance dei veicoli a batteria nelle condizioni climatiche più estreme. La sua Tesla Model 3 Performance, risalente al 2019 e venduta nel 2021, dopo aver percorso circa 80.000 chilometri aveva fatto registrare un degrado della batteria intorno all'otto per cento. Ma è un'altra vettura, una Model 3 del medesimo anno, a fornire un dato di assoluto interesse: dopo aver macinato ben 182.000 chilometri, in gran parte affrontando le rigide temperature nordiche, l'accumulatore mostrava una perdita di capacità del 20,8%. Tradotto in numeri concreti, significa che la batteria manteneva ancora circa 58 kilowattora utilizzabili, sufficienti a garantire in estate un’autonomia vicina ai 400 chilometri. Un risultato che, considerando l'uso intensivo, le frequenti ricariche rapide e l'esposizione al freddo, non può che consolidare la tesi di una sostanziale robustezza della componentistica.

L’impatto delle temperature estreme e le strategie di conservazione

Le condizioni termiche avverse rappresentano, come noto, un banco di prova impegnativo per la chimica degli ioni di litio, e il caso della Model 3 di Nyland lo dimostra. A temperature particolarmente rigide, la viscosità dell'elettrolita aumenta e le reazioni chimiche rallentano, comportando un innalzamento della resistenza interna e una conseguente riduzione della potenza erogabile e dell'efficienza di ricarica. Tuttavia, i moderni sistemi di gestione termica delle batterie, come le pompe di calore introdotte da Tesla e da altri costruttori sulle ultime generazioni di veicoli, giocano un ruolo fondamentale nel mitigare questi effetti. Mentre le vecchie resistenze PTC (Positive Temperature Coefficient) potevano assorbire una quantità di energia considerevole per riscaldare l'abitacolo e le celle, le pompe di calore si dimostrano molto più efficienti, trasferendo calore dall'ambiente esterno anziché generarlo direttamente. I test effettuati a temperature prossime ai -28 gradi centigradi evidenziano come un veicolo dotato di pompa di calore possa consumare sensibilmente meno energia per il condizionamento invernale, preservando un'autonomia maggiore e riducendo lo stress termico sulla batteria stessa. Lasciare l'auto in condizioni di freddo estremo senza collegarla alla rete di ricarica, invece, obbliga il pacco batterie a consumare la propria energia per autoalimentare i sistemi di riscaldamento, con un conseguente calo della carica disponibile. È per questo che le case automobilistiche raccomandano, specialmente nei climi freddi, di mantenere il veicolo sempre connesso alla colonnina quando possibile, in modo da sfruttare l'energia esterna per mantenere in temperatura le celle e garantire al contempo prestazioni ottimali e una maggiore longevità dell'accumulatore.

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