Camminare protegge il cuore, ma conta la velocità: lo studio britannico che ridefinisce il ruolo del passo
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Redazione Salute
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Non è soltanto una questione di quantità, di passi da accumulare ossessivamente sul contapassi, né di tempo trascorso a muovere le gambe; è la qualità del movimento, e nel caso specifico la sua velocità, a fare la differenza nella prevenzione cardiovascolare. Un ampio studio osservazionale, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Heart, ha infatti ridefinito i parametri dell’esercizio fisico più comune e accessibile, la camminata, spostando l’attenzione dalla durata all’intensità. I ricercatori, analizzando un vasto campione di dati provenienti dalla UK Biobank, hanno preso in esame le abitudini di 420.925 individui, incrociando i loro questionari con le rilevazioni oggettive di un accelerometro, strumento quest'ultimo indossato da quasi 82.000 partecipanti per ottenere una misurazione precisa del tempo speso alle diverse andature. L’obiettivo era chiaro: verificare l’esistenza di una correlazione tra il ritmo abituale del cammino e l’insorgenza di aritmie cardiache, includendo patologie diffuse come la fibrillazione atriale, la tachicardia o, al contrario, la bradicardia.
I numeri della prevenzione, dalla lentezza al passo sostenuto
I dati raccolti disegnano un quadro statistico di notevole chiarezza. Durante un periodo di monitoraggio che si è esteso in media per tredici anni, poco più di 36.500 soggetti – circa il 9% del campione – hanno sviluppato qualche forma di aritmia. La suddivisione per velocità di cammino, autodichiarata all’inizio dello studio, classificava i partecipanti in tre categorie: passo lento (sotto i 4,8 km orari, corrispondente a circa 3 miglia), medio (tra 4,8 e 6,4 km orari) e veloce (oltre i 6,4 km orari). Ebbene, l’elaborazione statistica ha evidenziato come, rispetto al gruppo dei camminatori lenti, coloro che mantenevano un’andatura media vedevano ridotto il rischio di sviluppare qualsiasi tipo di aritmia del 35%, una percentuale che saliva al 43% per i più veloci -2-6. Un dato, quest'ultimo, che trova ulteriore conferma nell'analisi del tempo effettivamente trascorso a ritmi sostenuti: più minuti si accumulavano a passo svelto, minore risultava l'incidenza di problemi del ritmo cardiaco, mentre il tempo totale dedicato alla camminata lenta non sembrava offrire la medesima protezione -6.
Il ruolo dei fattori metabolici e infiammatori
La ricerca non si è limitata a fotografare una correlazione, ma ha tentato di indagarne le possibili ragioni fisiologiche, un aspetto che aggiunge profondità all’analisi. Gli autori dello studio, provenienti da atenei britannici e australiani, hanno esplorato l'ipotesi che il meccanismo protettivo fosse mediato da alcuni fattori intermedi, nello specifico i marker metabolici e quelli infiammatori. Camminare a passo spedito, spiegano i ricercatori, agirebbe riducendo il rischio di obesità e abbassando lo stato infiammatorio generale dell'organismo, due condizioni che a loro volta sono strettamente collegate alla comparsa di aritmie -1-4. Si stima che circa il 36% dell'effetto protettivo della camminata veloce passi proprio attraverso il miglioramento di questi parametri, un'evidenza che rende il dato ancor più solido e biologicamente plausibile. I soggetti con un'andatura più sostenuta, infatti, presentavano già all'inizio dello studio profili metabolici migliori, con una circonferenza vita ridotta, una maggior forza di presa e livelli più bassi di colesterolo, glicemia e proteina C-reattiva, un indicatore, quest'ultimo, di infiammazione sistemica -7.
Differenze di genere e fasce di popolazione più protette
Un ulteriore livello di analisi ha riguardato i sottogruppi di popolazione, rivelando come i benefici di un passo più celere non siano distribuiti in maniera uniforme ma risultino particolarmente marcati in determinate categorie. L'effetto protettivo, infatti, è risultato più evidente nelle donne, negli individui con meno di sessant'anni, in coloro che non soffrivano di obesità e, parallelamente, in quanti già convivevano con patologie croniche come l'ipertensione o con due o più condizioni mediche preesistenti -4-10. Un apparente paradosso, quest'ultimo, che suggerisce come anche e soprattutto per i soggetti più fragili, un incremento dell'intensità dell'esercizio fisico quotidiano, laddove possibile, possa tradursi in un guadagno significativo in termini di salute cardiaca. L'associazione, va ricordato, è risultata indipendente da altri fattori di rischio noti, come il fumo o l'abitudine alcolica, rafforzando l'ipotesi che la velocità del cammino sia di per sé un indicatore di salute e un potente strumento di prevenzione -6.




