L’attacco alla base italiana di Erbil e il primo messaggio di Mojtaba Khamenei
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata bersaglio di un attacco nella serata dell’11 marzo, un evento che ha immediatamente innalzato il livello di attenzione sul contingente nazionale impiegato nell’operazione Prima Parthica. A riferire per primo l’accaduto è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, il quale ha confermato che un ordigno, molto probabilmente un drone kamikaze o secondo alcune ricostruzioni un missile, ha impattato l’area di Camp Singara provocando un incendio che ha danneggiato alcuni automezzi. Il dispositivo di sicurezza, come ha tenuto a sottolineare il console italiano a Erbil, Tommaso Sansone, ha retto grazie al tempestivo rifugio dei militari nei bunker, e nessuno dei circa trecento uomini e donne del contingente ha riportato conseguenze fisiche. Il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti, ha raccontato come l’allarme fosse scattato già in serata, costringendo il personale a mettersi al riparo molto prima dell’esplosione vera e propria, seguendo procedure ormai consolidate per situazioni di preallarme.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, informato costantemente insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha riferito al Senato di aver sentito l’ambasciatore e il console, ricevendo conferma che tutti stanno bene e che i danni materiali, seppur esistenti, sono di entità contenuta. Tajani ha anche annunciato una riduzione del personale sia dell’ambasciata a Baghdad sia del consolato a Erbil, una misura precauzionale dettata dall’escalation di violenza nella regione. Resta avvolta nella nebbia la matrice dell’attentato: non è chiaro se i droni siano stati lanciati direttamente dall’Iran o, ipotesi ritenuta al momento più probabile, da milizie irachene filo-iraniane attive sul territorio. L’obiettivo, secondo alcuni analisti militari, potrebbe essere stato il consolato statunitense, situato nelle vicinanze, e non necessariamente il contingente italiano, anche se il colpo ha centrato in pieno una struttura della coalizione.
Mentre a Erbil si contavano i danni, da Teheran è arrivato il primo, attesissimo messaggio della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali dopo la sua morte in un bombardamento israeliano. Il nuovo leader, che non è apparso in video e la cui voce è stata letta da un conduttore della televisione di Stato per ragioni di sicurezza, ha parlato chiaro: lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso, una leva di pressione fondamentale, e ha minacciato rappresaglie contro gli Stati Uniti, chiedendo la chiusura immediata di tutte le loro basi nella regione. Il suo tono non ha lasciato spazio a interpretazioni distensive, anzi, ha rivendicato il diritto a un risarcimento da parte del nemico e preannunciato l’apertura di nuovi fronti, qualora la guerra dovesse persistere, con un chiaro riferimento agli alleati regionali come Hezbollah in Libano o gli Houthi nello Yemen. Ha definito suo padre "un martire", sottolineando la continuità della linea dura della Repubblica islamica.
Sullo sfondo di queste tensioni, l’esercito israeliano ha rivendicato un’operazione condotta nei giorni scorsi contro il sito nucleare di Taleghan, alla periferia di Teheran, un complesso che Israele sostiene fosse impiegato per sviluppare esplosivi avanzati nell’ambito del progetto AMAD, il programma clandestino per armi nucleari che Teheran avrebbe di fatto mantenuto attivo. Le immagini satellitari diffuse mostrano i crateri dell’impatto, a conferma che il conflitto in corso non si limita agli scambi di droni e missili, ma colpisce direttamente le infrastrutture strategiche. L’attacco a Erbil, in questo quadro, appare come un tassello di una strategia più ampia di logoramento messa in atto dall’Iran e dai suoi alleati, che mirano a colpire la presenza occidentale su più fronti, sfruttando la prossimità geografica e la difficoltà di difendere basi avanzate in un territorio ostile.
L’Italia e il rischio escalation
La base di Erbil, fulcro della missione di addestramento delle forze curde e irachene contro i residui dell’Isis, si trova ora in una posizione delicatissima. La premier Meloni ha espresso solidarietà e orgoglio per i militari, ma la realtà sul campo è quella di una base che, sebbene non sia in prima linea nello scontro tra Israele, Stati Uniti e Iran, si ritrova suo malgrado nel mirino di rappresaglie che non fanno distinzione tra i membri della coalizione. Il generale Giorgio Battisti, ex capo di Stato Maggiore della missione Isaf in Afghanistan, ha spiegato come la protezione passiva, i bunker e i sistemi di allarme abbiano funzionato, ma ha anche sottolineato la necessità di potenziare la difesa contro droni e missili, una minaccia diventata ormai centrale nei conflitti moderni per via dei costi contenuti e dell’elevato impatto psicologico.
La sfida di Khamenei e lo Stretto in fiamme
Il discorso di Mojtaba Khamenei, per quanto filtrato, rappresenta una sfida diretta all’amministrazione Trump, che aveva promesso di non lasciare spazio al nuovo leader. La scelta di non mostrarsi in pubblico, pur dettata da motivi di sicurezza, alimenta le voci su un suo possibile ferimento, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro: l’Iran non cederà e userà tutte le sue leve, inclusa la chiusura dello Stretto di Hormuz, per fare pressione. Una mossa che avrebbe ripercussioni immediate sul mercato energetico globale, visto che da lì transita una quota significativa del petrolio mondiale. Intanto, mentre i diplomatici italiani valutano i prossimi passi, a Camp Singara la vita prosegue al riparo, con gli artificieri della coalizione al lavoro per mettere in sicurezza l’area e consentire ai militari di tornare a svolgere il loro compito, pur consapevoli che il pericolo è tutt’altro che cessato.




