Khamenei sotto pressione: l’attacco israeliano scuote le fondamenta del regime

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Bombardamenti, missili e contrattacchi: non sono solo le infrastrutture militari a subire i danni più gravi, ma l’intero equilibrio del potere a Teheran, dove Ali Khamenei si trova costretto a fronteggiare una crisi senza precedenti. L’operazione israeliana, che ha colpito siti nucleari e decimato la leadership militare iraniana, ha messo a nudo le vulnerabilità di un regime già alle prese con tensioni interne e malcontento popolare. «È il punto più basso della nostra storia», ammettono fonti vicine al governo, mentre la capitale tenta di riprendersi dallo choc.

Nel bazar di Teheran, dove la vita scorre con apparente normalità tra tazze di tè e contrattazioni, l’atmosfera è carica di attesa. La popolazione, umiliata dai raid che hanno violato il territorio nazionale, osserva con sospetto le mosse del governo, incapace di proteggere il Paese da un nemico che ha dimostrato di poter colpire al cuore del sistema. Le manifestazioni di sostegno a Khamenei, organizzate in fretta e furia dopo l’attacco, non bastano a nascondere il malessere crescente.

Dalla notte dell’offensiva, l’Iran ha risposto lanciando circa 200 missili balistici verso Israele, molti dei quali intercettati dalle difese aeree. Secondo l’IDF, tuttavia, una quota significativa – circa il 25% – ha raggiunto il suolo, causando vittime e danni in aree residenziali tra Tel Aviv, Ramat Gan e Rishon Lezion. La televisione di Stato iraniana ha rivendicato l’operazione "True Promise 3", confermando il lancio di un’ulteriore ondata di 100 missili, mentre le sirene risuonavano nel nord del Paese, da Haifa alle zone limitrofe.

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