L’Europa di Draghi e Von der Leyen: la sfida della competitività è un test di sopravvivenza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si direbbe che la musica, a Bruxelles, sia cambiata. O forse, semplicemente, il volume si è alzato. Perché quello che un tempo poteva apparire come l'ennesimo summit europeo, infarcito di buone intenzioni e dichiarazioni di circostanza, oggi ha il tono di una chiamata alle armi. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ha incontrato Mario Draghi per fare il punto sullo stato dell'arte del rapporto che porta il suo nome, e le parole uscite dalla riunione sono un concentrato di urgenza.

L'obiettivo dichiarato è tracciare una rotta chiara per l'autunno, un "Action Plan" che trasformi le idee in fatti concreti per colmare quel divario di competitività che ormai rischia di diventare un baratro.

Se si scorrono i numeri, viene quasi un brivido: il Fondo monetario internazionale ci dice che, al passo attuale, nel 2030 l'Unione Europea peserà per appena il 12,91 per cento del Pil mondiale, una fetta sempre più stretta rispetto a quella che si ritaglieranno Cina e Stati Uniti.

Siamo di fronte a un declino lento ma inesorabile che, come sottolineato anche da Draghi nella sua relazione, richiede investimenti aggiuntivi per almeno 750-800 miliardi di euro all'anno, una cifra che equivale a circa il 5 per cento del Pil comunitario. Una somma enorme che, per essere trovata, necessita di una mobilitazione senza precedenti e di un mercato unico che funzioni davvero.

Il peso di un mercato unico incompiuto

E qui si tocca il nodo centrale di tutta la questione. L'Europa, nelle parole della stessa von der Leyen, ha la seconda economia più grande del mondo ma la sta guidando con il freno a mano tirato. Il paragone con gli Stati Uniti è impietoso: le barriere tra i nostri Stati membri sono tre volte più alte di quelle che esistono tra gli stati americani. Per le imprese, operare in Europa significa spesso scontrarsi con un labirinto di normative nazionali che moltiplicano i costi e soffocano l'innovazione.

Un esempio su tutti: il Fondo monetario internazionale stima che le barriere non tariffarie per i servizi tra Stati membri raggiungano addirittura il 110 per cento, un peso insostenibile che si traduce in centinaia di miliardi di euro di mancata crescita ogni anno.

La roadmap "One Europe, One Market"

Da questa consapevolezza è nata la tabella di marcia "One Europe, One Market", un piano ambizioso che punta a trasformare il mercato unico in un vero e proprio motore integrato entro la fine del 2027. Il vertice del Consiglio europeo dello scorso marzo ha dato il via libera a questo programma, che si articola in cinque pilastri fondamentali: semplificazione normativa, integrazione del mercato, rafforzamento delle relazioni commerciali, riduzione dei prezzi dell'energia e transizione digitale.

Un'impresa titanica che, come ha sottolineato il presidente del Consiglio europeo António Costa, ha bisogno di decisioni rapide e concrete già entro il 2026. Tra queste, la creazione della "Savings and Investment Union" per mobilitare i 10 mila miliardi di euro di risparmi delle famiglie europee e la proposta "EU Inc.", un regime societario unico, il cosiddetto 28esimo regime, che permetterebbe alle aziende di costituirsi in 48 ore e operare con le stesse regole in tutta l'Unione.

Dalla diagnosi all'azione: il compito della politica

In questo quadro, l'incontro di Bruxelles assume il significato di un passaggio cruciale, il punto in cui la diagnosi, ormai chiara a tutti, deve tradursi in terapia. La Commissione sta spingendo per un'accelerazione, con l'approvazione di numerosi pacchetti "omnibus" che mirano a ridurre la burocrazia in un colpo solo, dalla fiscalità all'energia, passando per l'automotive e la sicurezza alimentare.

L'idea è quella di una "profonda pulizia dell'acquis comunitario", come l'ha definita von der Leyen, per alleggerire il peso delle norme sulle imprese e rendere l'Europa più attrattiva per gli investimenti. Ma la vera sfida, forse, non è solo tecnica o economica, ma politica. Riusciranno i Ventisette a superare i veti nazionali e a fare quadrato attorno a un progetto che richiede una cessione di sovranità senza precedenti? La risposta la vedremo nei prossimi mesi, quando le proposte della Commissione si scontreranno con la realtà delle aule parlamentari e dei consigli dei ministri.

Ma una cosa è certa: il tempo delle mezze misure è finito, e il futuro dell'Europa si gioca proprio su questa capacità di fare sul serio.

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