Di Battista e il tumore al cervello: il racconto a diMartedì e il rifiuto della retorica del guerriero

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Alessandro Di Battista ha raccontato per la prima volta in televisione la diagnosi che lo ha colpito nelle scorse settimane. Ospite di diMartedì su La7, l'ex deputato del Movimento 5 Stelle ha spiegato che il malore accusato a Cuba era dovuto a un edema cerebrale provocato dalla presenza di un tumore, come riferiscono diverse testate. I medici dell'isola sono riusciti inizialmente a ridurre l'edema con una terapia, rendendo poi possibile l'intervento chirurgico: «Mi hanno asportato quasi tutto il tumore. Adesso farò le cure sperando che funzionino», ha dichiarato in collegamento con Giovanni Floris.

Il racconto della malattia e il rifiuto della narrazione bellica

Il passaggio più significativo dell'intervista non riguarda però i dettagli clinici, quanto piuttosto il modo in cui Di Battista ha scelto di parlare della propria condizione. «Io non sono uno di quelli che dice ce la farò, io devo fare le cure e avere un atteggiamento positivo. Quelli che non devono mollare sono i dottori», ha affermato, prendendo esplicitamente le distanze dalla cosiddetta retorica del guerriero.

Una posizione che, come osserva Domani, assume un peso particolare proprio perché pronunciata da una figura nota per il suo spirito combattivo e per aver fatto della lotta politica il segno distintivo della propria storia.

La frase «questa peste del XXI ha un pregio: è democratica» riassume bene il senso di un approccio che rifiuta tanto l'eroizzazione quanto la colpevolizzazione del paziente. Di Battista ha aggiunto di far parte «di quel club di cittadini italiani che dicono perché proprio a me», un'espressione che restituisce la dimensione più umana e meno retorica dell'esperienza della malattia.

Un cambiamento culturale nel linguaggio sul cancro

Il rifiuto della metafora bellica non è un fatto isolato. Negli ultimi anni diverse figure pubbliche hanno contestato la narrazione del malato-guerriero, ritenendola non solo inadeguata ma potenzialmente dannosa. Come ha osservato Geppi Cucciari, «la malattia non è una guerra. La guerra la fa la ricerca scientifica». Un concetto ripreso anche da Michela Murgia, che aveva spiegato di non riconoscersi nel «registro bellico» fatto di parole come lotta, guerra, trincea.

Il problema di questa narrazione, come argomenta Domani, è che rischia di trasformare la guarigione in una questione di volontà individuale, facendo sentire in colpa chi non ce la fa o semplicemente chi non si riconosce nell'immagine del combattente. Di Battista, dal canto suo, ha scelto di concentrarsi sulla concretezza delle cure e sulla fiducia nei medici, senza rivendicare meriti eroici né cedendo alla tentazione di trasformare la malattia in una metafora politica.

I numeri dei tumori cerebrali in Italia

Il tumore che ha colpito Di Battista rientra in una categoria di neoplasie relativamente rare. Secondo i dati del rapporto «I numeri del cancro in Italia» dell'Associazione italiana di oncologia medica e dell'Associazione italiana registri tumori, si registrano circa 6.000 nuove diagnosi all'anno nel Paese, pari all'1,6 per cento di tutti i tumori diagnosticati annualmente. Le stime per il 2025 indicano 5.730 nuovi casi, con una maggiore incidenza negli uomini (3.240) rispetto alle donne (2.490).

Come sottolinea il rapporto, per questi tumori non esiste la possibilità di una diagnosi precoce: la maggior parte viene identificata a seguito della comparsa di sintomi, che possono variare notevolmente a seconda della localizzazione e delle dimensioni della massa. Di Battista è stato operato all'Avana, in un ospedale che lui stesso ha descritto come privo di acqua, e successivamente trasferito al Policlinico Gemelli di Roma.

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