L’iran lancia ondate di missili balistici, sei i feriti tra israele e cisgiordania

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ultima escalation, quella che nelle ultime due ore ha trasformato il cielo sopra Israele in un incubo di traiettorie balistiche, ha visto susseguirsi quattro ondate di lanci dall’Iran. I media israeliani, citando i servizi sanitari, riferiscono di sei feriti: cinque nella città araba di Kafr Qasim, all’interno dei confini dello Stato ebraico, e una in Cisgiordania. Un attacco di vaste proporzioni, che ha costretto all’attivazione delle sirene d’allarme in tutto il centro del Paese, compresa Gerusalemme, dove la popolazione è stata costretta a cercare riparo mentre i sistemi di difesa faticavano a intercettare i vettori.

La complessità dell’aggressione iraniana si è manifestata anche nella scelta degli armamenti. Almeno uno dei missili lanciati era equipaggiato con una testata a grappolo, un ordigno progettato per disperdere submunizioni su un’area estesa e che in questo caso ha causato danni significativi a un’abitazione situata in un insediamento della Cisgiordania. Non è un’evenienza isolata, questa, nel contesto delle ostilità in corso: Teheran ha già fatto ricorso a tali dispositivi durante la guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, mentre meno di un anno prima era stato proprio Israele a utilizzarli in Libano, riproponendo uno schema già visto nel 2006, quando a essere impiegati in aree abitate furono anche il fosforo bianco.

La risposta israeliana e il peso delle infrastrutture iraniane

La reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere, e ha assunto le forme di una controffensiva aerea mirata. L’aeronautica israeliana (Idf) ha condotto nella notte raid “su larga scala” in diverse aree della Repubblica islamica, colpendo secondo quanto dichiarato dall’esercito e riportato dal Times of Israel “siti infrastrutturali del regime iraniano”. Si tratta di un’azione che allarga il perimetro geografico del conflitto, portando l’operatività israeliana ben oltre i confini dei territori contesi, con l’obiettivo dichiarato di degradare la capacità logistica e produttiva di chi ha ordinato i lanci.

L’uso massiccio di missili balistici da parte iraniana solleva interrogativi precisi sull’efficacia dei sistemi di difesa aerea multistrato che Israele ha sempre considerato il suo scudo più sicuro. La penetrabilità di questi scudi è apparsa evidente nell’ultima settimana: il comando del Fronte interno israeliano era già alla ricerca di spiegazioni solo ieri per il fallito intervento che aveva permesso a un altro missile balistico di colpire in pieno un edificio residenziale a Tel Aviv. Se in quell’occasione i feriti furono quattro, la reiterazione dell’evento dimostra una preoccupante continuità nell’incapacità di garantire l’intercettazione totale.

La questione delle bombe a grappolo e la complessità del conflitto

Il ricorso alle bombe a grappolo da parte di Teheran non rappresenta quindi un’innovazione tattica, bensì l’intensificazione di una scelta operativa già collaudata. Questi ordigni, destinati a massimizzare i danni su obiettivi estesi, trasformano il tessuto civile in un bersaglio sistematico. Se da un lato l’Iran cerca di superare le difese israeliane con un volume di fuoco e testate di questo tipo, dall’altro i raid israeliani contro le infrastrutture energetiche e strategiche dell’Iran mirano a colpire le radici stesse della capacità bellica avversaria. È una dinamica che porta i due Paesi a scambiarsi colpi a distanza, trasformando il quadrante mediorientale in un teatro di rappresaglie incrociate dove la linea tra obiettivo militare e civile si assottiglia pericolosamente.

Le difficoltà della difesa multistrato e lo stallo operativo

Sul piano strettamente militare, le difficoltà del sistema di difesa israeliano stanno diventando un elemento centrale della narrazione degli eventi. L’incapacità di garantire una protezione totale, testimoniata dai danni a edifici residenziali e dall’alto numero di feriti in aree che si ritenevano coperte, mette in discussione l’assunto di invulnerabilità che ha a lungo rappresentato un cardine della strategia di sicurezza nazionale. I dati aggiornati sulle percentuali di intercettazione non sono stati resi disponibili, ma la semplice occorrenza di impatti sul suolo, unita al numero dei feriti, offre una misura indiretta della pressione che gli attacchi stanno esercitando sulle batterie antibalistiche. In questo quadro, le sirene che continuano a suonare nel centro di Israele scandiscono non solo il pericolo immediato, ma anche le crepe di un sistema portato al limite da una guerra che non accenna a diminuire d’intensità.

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