Pretty Woman, il porto sicuro della tv generalista e quella sliding door che portò Julia Roberts sul set

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un rituale, quasi una liturgia laica, che si consuma da oltre trent’anni sui teleschermi italiani. Quando «Pretty Woman» torna in programmazione, e lo fa con la regolarità di un orologio svizzero, il pubblico risponde presente, aggrappandosi a quelle immagini come a un salvagente emotivo. L’ultima replica, andata in onda da poco, ha confermato ancora una volta lo status di questo film, un fenomeno che gli esperti di palinsesti definiscono senza mezzi termini un «porto sicuro»: un’ancora di salvezza nell’oceano magnatico dell’offerta televisiva, capace di funzionare meglio di un tranquillante cognitivo per milioni di spettatori.

La Cenerentola di Hollywood Boulevard e il rovesciamento del potere economico

Uscito nel 1990 per la regia di Garry Marshall, il lungometraggio non è mai stato solo una commedia romantica, e forse è proprio questa ambiguità di fondo a garantirne l’eterna giovinezza. Da un lato, la storia di Vivian Ward, interprete una Julia Roberts all’epoca straripante di carisma, e del cinico uomo d’affari Edward Lewis (Richard Gere) si muove agilmente sui codici della fiaba; dall’altro, però, lo fa decostruendoli con una consapevolezza che sfugge a chi vede solo il lieto fine. L’intera narrazione, che sembra celebrare l’ascesa sociale della ragazza di strada, è in realtà un’analisi spietata delle dinamiche di potere: lui la paga per interpretare una parte, lei indossa una maschera di lusso e frivolezza. Il capolavoro di Marshall sta nell’aver reso invisibile il passaggio dalla transazione economica alla parità emotiva, quel momento in cui il denaro smette di essere la lingua comune per lasciare spazio al desiderio autentico.

La sliding door italiana: il provino che cambiò il cinema degli anni ‘90

Se la pellicola è diventata un pezzo di storia del cinema, lo si deve anche a una serie di casualità, a quelle «sliding door» che avrebbero potuto stravolgere per sempre le carriere di due grandi attrici. Prima che il ruolo di Vivian diventasse l’icona che conosciamo, la produzione era fortemente orientata verso un’altra interprete: Valeria Golino. L’attrice napoletana, già acclamata dalla critica e reduce dal successo di «Rain Man» al fianco di Dustin Hoffman e Tom Cruise, era in pole position per interpretare la prostituta dal cuore d’oro. Ciò che alla fine fece pendere l’ago della bilancia a favore di Roberts fu una questione di accento: secondo quanto riportato da fonti vicine alla produzione, Golino parlava ancora con un marcato accento italiano, un dettaglio che a Hollywood, per un blockbuster di quelle dimensioni, venne considerato un ostacolo insormontabile per una protagonista assoluta. Bastò un dettaglio fonetico per riscrivere il destino del cinema degli anni Novanta, regalando a Roberts la consacrazione mondiale e a Golino una infinita serie di «what if».

Il rifiuto del principe azzurro e l’emancipazione di Vivian

A distanza di decenni, l’analisi del film si è fatta più sottile, abbandonando la semplice etichetta di «commedia sentimentale» per abbracciare una lettura più profonda, quasi sociologica. Il momento chiave non è il celebre finale con la scala antincendio – che pure rimane un’immagine iconica – bensì la scena del rifiuto. Quando Edward, impreparato a gestire l’emozione, propone a Vivian un accordo dignitoso ma asfissiante (un appartamento, una carta di credito, una rendita), lei dice di no. È in quel «no» che si compie la vera magia del racconto: Vivian rifiuta di essere ricompresa in una versione più patinata della stessa prigione da cui proviene. Sceglie l’incertezza della libertà invece della sicurezza della gabbia dorata. Solo a questo punto, di fronte a una donna che non ha più prezzo perché non è più in vendita, Edward può smettere di fare l’imprenditore spietato per rischiare in prima persona, abbandonando la limousine simbolo del suo potere per arrampicarsi goffamente su una scala antincendio.

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