Il sogno di un remake di Bloodborne si infrange contro la realtà: Bluepoint Games chiude i battenti tra progetti cancellati e proposte respinte
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La notizia, nell’aria ormai da qualche giorno, ha trovato una sua drammatica concretezza: Sony ha chiuso i battenti di Bluepoint Games, lo studio texano che aveva costruito la propria leggenda su rimasterizzazioni e rifacimenti di altissimo profilo, regalando nuova vita a giochi del calibro di Shadow of the Colossus e, in particolare, di Demon‘s Souls, il cui remake per PlayStation 5 fu a tutti gli effetti un Titolo di lancio della console. Una decisione, questa, che arriva come un fulmine a ciel sereno per i circa settanta dipendenti – il numero oscilla tra le sessanta e le settantacinque unità, a seconda delle fonti -1-6 – che dal prossimo marzo si troveranno senza occupazione, e che solleva piú di un interrogativo sulle scelte di gestione dei talenti all’interno dell’ecosistema PlayStation. La motivazione ufficiale, addotta da un portavoce di Sony e riportata inizialmente dal giornalista Jason Schreier su Bloomberg, parla di una “revisione aziendale” resa necessaria dal rallentamento della crescita del settore e dalle mutate abitudini dei giocatori, fattori che renderebbero piú complesso lo sviluppo sostenibile di videogiochi. Ma, come spesso accade, la realtà che emerge dai retroscena è ben piú stratificata e ricca di dettagli, e dipinge il quadro di uno studio messo alla prova da scelte produttive quantomeno discutibili.
Il miraggio dei live service e il fallimento del progetto God of War
A scavare nelle ragioni profonde di questa chiusura ci hanno pensato alcune indiscrezioni e, soprattutto, le testimonianze raccolte in forma anonima da due ex dipendenti, le quali gettano una luce sinistra sulle dinamiche che hanno portato al dissesto. Sembra infatti che il destino di Bluepoint fosse segnato ben prima dell’annuncio ufficiale, e che la sua rovina vada ricercata nell’ossessione di Sony per i giochi come servizio, i cosiddetti live service. Durante lo sviluppo di God of War Ragnarok, a cui lo studio collaborava come supporto per Santa Monica, il team di Austin propose e ottenne il via libera per la creazione di un titolo multigiocatore proprio basato sull’universo di Kratos. Un’idea che, sulla carta, poteva anche apparire allettante ai piani alti, sempre alla ricerca del prossimo fenomeno commerciale in stile Fortnite, ma che mal si conciliava con l’anima e le competenze di Bluepoint, storicamente votato a esperienze narrative solitarie e rifinite con cura certosina. I due ex membri del team sono categorici: il progetto, che ha presto mostrato la propria complessità e la sua natura di azzardo, ha accumulato ritardi a ripetizione, diventando un peso insostenibile per una realtà non strutturata per quel genere di produzioni. Il colpo di grazia, a quanto pare, è arrivato con il sonoro fallimento di Concord, il live service di Firewalk Studios ritirato dal mercato dopo appena due settimane dal lancio. Quell’insuccesso, secondo i racconti, ha inasprito i controlli e aumentato la pressione su tutti i progetti analoghi in cantiere, portando alla fatale cancellazione del God of War targato Bluepoint nel gennaio del 2025.
Le proposte ignorate: da Bloodborne a Resistance, un potenziale inespresso
Con il progetto cancellato, lo studio si è ritrovato in una sorta di limbo creativo, costretto a ripresentarsi al cospetto dei vertici PlayStation con nuove idee per cercare di ottenere il via libera e, di fatto, la propria sopravvivenza. Ed è qui che la vicenda assume i contorni di un vero e proprio rompicapo gestionale. Nel corso del 2025, Bluepoint avrebbe sottoposto all’attenzione di Sony ben quattro diverse proposte, tutte puntualmente respinte. Tra queste, secondo quanto riportato da fonti vicine alla vicenda, figuravano due remake di titoli amati dal pubblico, uno dei quali sarebbe stato nientemeno che Bloodborne, il gioco cult di FromSoftware per PlayStation 4. Un progetto, quest’ultimo, che avrebbe fatto letteralmente tremare i polsi a milioni di appassionati in tutto il mondo, da anni in attesa di un ritorno a Yharnam in alta definizione. Eppure, nonostante un iniziale interesse – stando a indiscrezioni precedenti, i vertici PlayStation avrebbero trovato l’idea valida – il remake non è mai stato approvato. Le motivazioni sarebbero duplici: da un lato, la complessa e non sempre idilliaca relazione con FromSoftware, creatore originale dell’IP, che avrebbe opposto una certa resistenza a vedere la propria opera rimaneggiata da altri, dall’altro, la valutazione prettamente commerciale di Sony, che avrebbe giudicato i progetti proposti, tra cui anche un rifacimento di Resistance e un altro di Jak & Daxter, non sufficientemente redditizi per il mercato attuale. A nulla sarebbe valsa nemmeno l’idea di un remaster di Shadow of the Colossus per PS5, che avrebbe dovuto includere persino l’aggiunta di nuovi boss tagliati dall’originale PlayStation 2. Un patrimonio di competenze e di passione, insomma, che è stato lasciato inesorabilmente inespresso.
Un’eredità tecnica e una fine amara
Il paradosso, amaro, è che Bluepoint Games chiude i battenti senza avere un solo progetto attivo e finanziato in cantiere, dopo aver speso gli ultimi anni a rincorrere mode produttive lontane dalla propria indole e a vedersi negare la possibilità di fare ciò che sapeva fare meglio: restaurare e valorizzare il patrimonio videoludico PlayStation. La dirigenza, nella persona del responsabile dei PlayStation Studios Hermen Hulst, ha parlato di costi di sviluppo in aumento e di un’industria in evoluzione per giustificare una scelta che, a conti fatti, appare piú come una resa di fronte alle difficoltà che come una strategia lungimirante. Lo studio che aveva incantato tutti con la riedizione di Shadow of the Colossus nel 2018 e che aveva accolto i giocatori nella nuova generazione con la spettacolare riedizione di Demon‘s Souls si è visto costretto a chiudere, tra il silenzio e l’incredulità di molti. Le testimonianze degli ex dipendenti, infine, dipingono un clima interno logorato dai continui rifiuti, con diverse persone che avevano già lasciato l’azienda prima ancora della comunicazione ufficiale di chiusura. E mentre per alcuni dei licenziati sembra esserci la possibilità di un ricollocamento all’interno della galassia Sony, per molti altri si profila all’orizzonte l’incertezza di dover cercare una nuova occupazione in un settore che, proprio in questi giorni, ha visto l’amministrazione Trump negli Stati Uniti confrontarsi con dinamiche economiche complesse, ma che poco può fare per lenire la scomparsa di un pezzo di storia videoludica.




