Il Dipartimento del Tesoro sblocca le licenze per Eni e altre quattro major: si potrà tornare a estrarre e commercializzare il greggio venezuelano, con il controllo degli Stati Uniti sui flussi finanziari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Office of Foreign Assets Control, l’ufficio del Dipartimento del Tesoro statunitense che si occupa della amministrazione delle sanzioni economiche, ha concesso a cinque grandi compagnie petrolifere internazionali — tra le quali figura l’italiana Eni — una licenza generale che autorizza la piena ripresa delle operazioni di estrazione e commercializzazione di idrocarburi in territorio venezuelano. Il provvedimento, che arriva a poco più di un mese di distanza dalla operazione che ha portato alla estromissione e al successivo arresto di Nicolás Maduro, avvenuto lo scorso 3 gennaio, rappresenta il segnale più tangibile della volontà della amministrazione Trump di rimettere in moto il settore energetico del paese sudamericano, dopo anni di embargo e tensioni diplomatiche. Oltre al gruppo guidato da Claudio Descalzi, infatti, il via libera riguarda la britannica Bp, la anglo-olandese Shell, la spagnola Repsol e la statunitense Chevron, le uniche — standa a quanto si apprende — ad avere mantenuto una presenza, seppur ridotta ai minimi termini, nel paese anche durante il periodo più acuto delle restrizioni -1-2-5.

Una svolta condizionata: i vincoli imposti da Washington e il ruolo della Pdvsa

La decisione assunta dall’Ofac, per la verità, non costituisce un ripristino totale e incondizionato della libertà di impresa nel settore estrattivo venezuelano, bensì una riapertura regolata e fortemente condizionata da meccanismi di controllo pensati per evitare che i proventi della vendita del greggio possano essere dispersi o finire in canali non allineati con gli interessi strategici americani. Le licenze, che di fatto sostituiscono quelle sospese nel marzo del 2025, nel pieno cioè della stretta contro il precedente esecutivo di Caracas, impongono alle compagnie beneficiarie una serie di obblighi stringenti: i pagamenti relativi a royalties e imposte, in particolare, dovranno essere convogliati attraverso il cosiddetto Foreign Government Deposit Fund, un fondo controllato dal Tesoro statunitense che avrà il compito di vigilare sulla destinazione delle risorse -2-7. La mossa, spiegano gli analisti, mira a garantire che la ricchezza generata dal petrolio — risorsa che con i suoi circa trecento miliardi di barili di riserve accertate rappresenta il maggiore attivo del paese — sia utilizzata per finalità trasparenti e sotto la supervisione di Washington, almeno fino a quando a Caracas non si sarà insediato un esecutivo considerato pienamente rappresentativo. Parallelamente, e questo è un aspetto di non poco conto, il nuovo quadro normativo venezuelano è stato adattato alle nuove direttive: la presidente Delcy Rodríguez, che ha assunto le funzioni dopo la caduta di Maduro, ha infatti promulgato una riforma della legge sugli idrocarburi che rimuove molti dei vecchi ostacoli burocratici e apre senza riserve al capitale estero -3-8.

L’interesse del gruppo Eni e la posizione delle altre major europee

Fonti vicine al gruppo energetico italiano, pur mantenendo un profilo di cautela istituzionale, hanno fatto sapere che la società sta valutando con attenzione le opportunità offerte dal nuovo scenario, in un dialogo che viene definito costante e costruttivo con le autorità di Washington. Per Eni, del resto, il Venezuela non è una terra incognita: la presenza nel paese risale a diversi anni fa, sebbene le attività fossero state progressivamente ridimensionate a causa del contesto sanzionatorio e della difficile situazione politica interna. Ora, con il via libera formale dell’amministrazione Trump, si aprono spazi per una ripresa delle operazioni che potrebbe riguardare sia i giacimenti già esplorati sia eventuali nuovi progetti di sviluppo, anche se ogni iniziativa dovrà essere negoziata direttamente con la Pdvsa, la compagnia di Stato venezuelana, la quale nelle ultime due settimane — è bene ricordarlo — si era rifiutata di fornire greggio alle aziende sprovviste di autorizzazioni individuali, limitando di fatto le esportazioni -2-5. Quanto alle altre europee, Bp e Shell stanno seguendo un percorso simile, con particolare attenzione ai giacimenti offshore di gas naturale situati al largo delle coste venezuelane e in prossimità del confine marittimo con Trinidad e Tobago, progetti che in passato erano rimasti sostanzialmente congelati per l’impossibilità di ottenere le necessarie garanzie finanziarie e assicurative -5.

I retroscena della trattativa: il ruolo di Chris Wright e l’esclusione di Cina e Russia

La progressiva normalizzazione dei rapporti petroliferi tra Stati Uniti e Venezuela, a ben guardare, era stata preannunciata da una serie di contatti ad alto livello nelle settimane precedenti. Il segretario all’Energia americano, Chris Wright, si è recato personalmente a Caracas per un giro di colloqui con la nuova dirigenza, dichiarando al termine degli incontri di volere una vera e propria valanga di investimenti nel paese, con l’obiettivo dichiarato di portare la produzione a livelli tali da compensare eventuali squilibri nei mercati globali -1-2. Wright, inoltre, ha reso noto che le vendite di greggio realizzate dopo la fine del precedente regime avrebbero già superato il miliardo di dollari, con una previsione di ulteriori cinque miliardi nei prossimi mesi. Le licenze, peraltro, contengono una clausola di esclusione esplicita: è fatto divieto alle compagnie di intrattenere rapporti di affari, direttamente o indirettamente, con soggetti legati a Cina, Russia, Iran, Cuba e Corea del Nord, una misura volta a impedire che gli attivi energetici venezuelani possano finire sotto il controllo di paesi considerati rivali o non allineati con le politiche di Washington -1-2-4. Restano fuori dal giro, almeno per il momento, colossi come ExxonMobil e ConocoPhillips, le cui proprietà furono espropriate nel 2007 sotto la presidenza di Hugo Chávez: il loro eventuale ritorno, stando alle dichiarazioni dei rispettivi amministratori delegati, appare subordinato a garanzie giuridiche e di sicurezza che allo stato attuale sono ancora oggetto di complesse trattative -2-5.

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