L'Ue minaccia Israele con sanzioni, ma l'unanimità è un ostacolo
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Redazione Esteri
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L'Unione europea ha varato un pacchetto di misure punitive contro Israele, un atto che segna una significativa, sebbene tardiva, sterzata dopo mesi di conflitto a Gaza. La Commissione europea, denunciando quella che ha definito un'“inaccettabile situazione umanitaria” nell'enclave, ha proposto sanzioni mirate contro i ministri del governo Netanyahu considerati più estremisti, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, e contro i coloni violenti dei territori. A queste si aggiunge una sospensione parziale del trattato di libero scambio tra Ue e Israele, misura che colpirebbe direttamente gli interessi economici del paese.
Tuttavia, il percorso per l'effettiva applicazione di queste sanzioni appare irto di ostacoli, alcuni dei quali quasi insormontabili. Sebbene le proposte siano bipartisan e abbiano ottenuto un certo consenso, per le misure più incisive — in particolare quelle di natura commerciale — è richiesta l'unanimità dei ventisette stati membri. Una condizione che, date le diverse posizioni e sensibilità in campo, appare di difficile realizzazione, rendendo dunque l'annuncio più un monito politico che una certezza operativa.
La reazione israeliana non si è fatta attendere e si è subito caratterizzata per toni durissimi. Il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha preso di mira la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, definendo le misure “moralmente e politicamente distorte” e promettendo una risposta “a tono”. Una retorica che, se da un lato sembra sminuire la portata della minaccia europea, dall'altro conferma come a Tel Aviv si sia perfettamente consapevoli delle divisioni interne all'Ue, giocando d'anticipo proprio su quelle.




