La svolta a sinistra di Frederiksen che neutralizza l’estrema destra danese

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lunga attesa, durata oltre due mesi e destinata a entrare negli annali come il più esteso stallo politico nella storia del Paese, si è conclusa ieri con un epilogo che ha sorpreso più di un osservatore: Mette Frederiksen, che già guidava il governo uscente, è riuscita a ottenere un terzo mandato consecutivo, neutralizzando di fatto le ambizioni dell’estrema destra.

L’accordo, annunciato dalla stessa premier al termine di un incontro con il re Federico X a bordo dello yacht reale Dannebrog, ha ufficialmente visto la luce dopo che il tentativo di formare un esecutivo affidato al centro-destra – incarnato dal leader del partito liberale Venstre, Troels Lund Poulsen – era miseramente fallito, spianando la strada al ritorno in sella della socialdemocratica. È lei, d’altronde, la figura che aveva solennemente proclamato il nuovo sovrano due anni fa, un dettaglio che non ha certo nociuto alla fluidità del passaggio di consegne.

Un governo di minoranza che guarda a sinistra per sopravvivere

Nonostante la vittoria aritmetica alle urne del marzo scorso, il Partito Socialdemocratico ha riportato il suo peggior risultato elettorale dal lontano 1903 – scendendo da 50 a 38 seggi – il che avrebbe potuto rappresentare una condanna all’opposizione, e invece è stato il trampolino di lancio per una riconfigurazione tattica dell’alleanza. Frederiksen, che ha costruito la sua fortuna politica proprio su una linea dura in materia di immigrazione per arginare l’avanzata della destra populista, ha compiuto ora una netta virata a sinistra per assicurarsi i numeri necessari.

La nuova coalizione, che si regge su un esecutivo privo di maggioranza assoluta, riunisce sotto la sua ala i socialdemocratici, il Partito Popolare Socialista (SF), i social-liberali (Radikale Venstre) e i centristi dei Moderati di Lars Løkke Rasmussen, insieme appena 82 seggi sui 179 del Folketing. Per governare, questo quartetto dipenderà in larga misura dall’appoggio esterno della Lista dell’Unità Rosso-Verde, un movimento di estrema sinistra che è rimasto fuori dal governo ma che ne costituisce il contrappeso ideologico fondamentale.

L’agenda tra socialdemocrazia e realpolitik geopolitica

Se da un lato l’intesa politica evita una deriva verso l’ultraconservatorismo, dall’altro fissa priorità chiare che spaziano dal welfare interno alle tensioni internazionali, a partire dalla Groenlandia.

Il programma presentato ieri da Frederiksen e dai suoi alleati – tra cui spiccano i nomi di Martin Lidegaard e Pia Olsen Dyhr – prevede interventi di forte impronta sociale, come l’introduzione di cure dentistiche gratuite per tutti i cittadini danesi da realizzarsi gradualmente nell’arco di un decennio, la riduzione del 50 per cento dell’Iva sui prodotti alimentari (nonché la sua completa abolizione per frutta e ortaggi) e l’estensione del trasporto pubblico gratuito fino al compimento dei 22 anni.

Nessuna di queste misure, però, scalfisce la linea dura sull’immigrazione che la premier ha sempre difeso; anzi, Frederiksen ha tenuto a precisare che l’esecutivo intende proseguire sulla strada delle restrizioni, confermando che il modello danese – spesso citato come esempio di “welfare e controllo” – rimane un pilastro intoccabile della sua egemonia.

La sfida congelata degli armamenti e il peso di Washington

Alle spalle delle manovre di palazzo, che hanno tenuto il Paese in sospeso per 69 giorni, si stagliava la pressione internazionale: la necessità di accelerare il rafforzamento delle forze armate danesi, in risposta al deterioramento del quadro di sicurezza europeo a causa della guerra in Ucraina, e la spinosa questione groenlandese – un territorio autonomo su cui gli Stati Uniti, ormai da più di un anno sotto la nuova presidenza Trump, hanno manifestato chiari appetiti.

Frederiksen, che nelle scorse settimane aveva cavalcato le tensioni con Washington riguardo all’isola artica per recuperare consensi nei sondaggi, potrà ora contare su un margine di manovra più solido per affrontare le trattative diplomatiche. La comunicazione ufficiale della lista dei ministri è attesa per mercoledì, quando il re riceverà il nuovo esecutivo ad Amalienborg, chiudendo così ufficialmente il capitolo dell’incertezza più lungo della storia danese.

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