Usa neutralizza petroliera iraniana a blocco porti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel pieno di quella che appare come una tregua sempre più fragile tra Stati Uniti e Iran, le forze del Comando Centrale americano (CENTCOM) hanno confermato un’operazione militare mirata nel Golfo di Oman: un caccia F/A-18 Super Hornet, decollato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, ha “neutralizzato” il timone di una petroliera battente bandiera iraniana, la motonave Hasna, colpendola con diverse raffiche del suo cannone da 20 mm mentre tentava di forzare il blocco navale imposto da Washington ai porti iraniani. L’episodio, avvenuto mercoledì 6 maggio, ha un peso specifico notevole se si considera il contesto diplomatico in cui matura. Secondo fonti citate da Axios, sembra infatti che Usa e Iran siano più vicini che mai alla stipula di un memorandum per porre fine al conflitto, eppure sul terreno la tensione non accenna a diminuire, con l’amministrazione Trump che dimostra di voler far rispettare le restrizioni con la forza bruta delle armi.

Le modalità dell’intervento – andato a segno dopo che l’equipaggio dell’Hasna non avrebbe risposto ai “ripetuti avvertimenti” lanciati dalle unità statunitensi – descrivono un’azione chirurgica ma inequivocabile: non si è trattato di affondare la nave, bensì di toglierle la capacità di governare, rendendola di fatto un relitto alla deriva incapace di proseguire la rotta verso il porto iraniano. Una scelta, questa, che rispecchia la dottrina della “neutralizzazione” già sperimentata ad aprile, quando un cacciatorpediniere americano aveva immobilizzato un’altra nave iraniana, la Touska, colpendone la sala macchine. La ragione di tanta fermezza, come ribadito dal CENTCOM, è che il blocco dei porti iraniani rimane “pienamente in vigore”, nonostante alcune aperture verbali arrivate da Washington proprio in queste ore.

La “tregua” armata e il mistero del Project Freedom

Se da un lato le navi da guerra americane sparano a vista per fermare i mercantili diretti in Iran, dall’altro il presidente Donald Trump ha annunciato una sospensione – temporanea, a suo dire – del cosiddetto “Project Freedom”. Si trattava di un’operazione militare lanciata soltanto 48 ore prima per scortare le navi commerciali fuori dallo Stretto di Hormuz, un’arteria fondamentale per il petrolio globale rimasta di fatto strozzata dalle ostilità. La decisione di mettere in pausa l’operazione, motivata dal presidente con i “grandi progressi” compiuti nei negoziati con Teheran, getta luce sulle contraddizioni di una strategia che alterna pugni e strette di mano. Tuttavia, a disincantare qualsiasi ottimismo ci pensano i fatti di cronaca: proprio mentre si parlava di accordo, una nave portacontainer francese della compagnia CMA CGM, la San Antonio, è stata attaccata mentre cercava di attraversare lo Stretto di Hormuz, riportando danni alla struttura e feriti tra l’equipaggio filippino. Un episodio che allarga il conflitto anche agli interessi europei, dimostrando come la situazione sia lungi dall’essere sotto controllo.

L’ombra lunga di Trump e la sfida al Papa

A complicare ulteriormente un quadro già di per sé esplosivo, il presidente Trump ha scelto proprio la vigilia della visita del segretario di Stato Marco Rubio in Vaticano per scagliarsi nuovamente contro Papa Leone XIV. In un intervento andato in onda, il tycoon ha lanciato un attacco frontale al pontefice – reo, secondo Trump, di mettere “in pericolo molti cattolici” – accusandolo di ritenere accettabile il programma nucleare iraniano. “Il Papa preferirebbe parlare del fatto che per l’Iran va bene avere un’arma nucleare. Non credo sia una cosa positiva”, ha affermato il presidente, intensificando la sua offensiva retorica contro la Santa Sede proprio mentre i suoi diplomatici sono seduti al tavolo delle trattative con Teheran. Un doppio binario, quello trumpiano, che vede da un lato i generali del CENTCOM impegnati a fermare le petroliere con il fuoco amico, e dall’altro la Casa Bianca che cerca un’intesa, mentre le parole del presidente rischiano di incrinare i rapporti con un alleato storico come il mondo cattolico.

L’inerzia diplomatica, del resto, sembra procedere a singhiozzo. Nonostante le dichiarazioni di Trump su una possibile pace “finale e completa”, la realtà sul terreno parla di missili che centrano navi europee e di mari pattugliati come zone di guerra. L’Iran, da parte sua, mantiene una linea prudente ma ferma: il portavoce del ministero degli Esteri ha confermato che la proposta statunitense è “ancora al vaglio” e che la risposta sarà trasmessa tramite mediatori, mentre il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha accusato Washington di voler ottenere la “resa” del paese attraverso la pressione economica e il blocco. Un’atmosfera, questa, che rende l’episodio della petroliera Hasna non solo un atto di forza isolato, ma il presagio di ciò che potrebbe accadere se i negoziati, per l’ennesima volta, dovessero naufragare in acque agitate.

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