Trump e il ‘colpetto’ a Hormuz: raid e contro-raid nel braccio di ferro sul nucleare
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Redazione Esteri
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Il fragile cessate il fuoco che per circa un mese aveva gelato le ostilità tra Stati Uniti e Iran ha subito una nuova, pesante scossa nelle acque dello Stretto di Hormuz. A innescare l’ultimo scambio, una serie di attacchi che hanno visto protagonisti tre cacciatorpediniere americani in transito verso il Golfo dell’Oman e, come rappresaglia, i blitz aerei di Washington contro obiettivi navali di Teheran. Se da un lato ieri i comandi militari parlano di intercettazioni e colpi andati a segno, dall’altro la diplomazia – seppur scossa – sembra resistere al botta e risposta, con la Casa Bianca che attende ancora la risposta definitiva iraniana alla proposta di pace da 14 punti.
L’attacco alle petroliere e la tattica della tensione nel Golfo
Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha confermato e diffuso le immagini dell’operazione condotta contro due grandi navi cisterna, la M/T Sea Star III e la M/T Sevda, battenti bandiera iraniana ma, a quanto si apprende, prive di carico. Un F/A-18 Super Hornet della Marina ha centrato i fumaioli delle imbarcazioni nel Golfo dell’Oman, con l’obiettivo dichiarato di impedire loro di forzare il blocco navale e raggiungere un porto della Repubblica islamica. Non è stato l’unico episodio: secondo fonti ufficiali, pochi giorni prima era stata già neutralizzata una terza nave, la Hasna, con la stessa motivazione legata all’embargo. Un’azione che il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran ha definito una “flagrante violazione” della tregua, accusando gli Stati Uniti di aver colpito anche aree civili costiere, circostanza prontamente smentita dall’ammiraglio Brad Cooper, il quale ha ribadito che le forze di stanza in Medio Oriente sono “impegnate nella piena attuazione del blocco” senza cercare un’escalation diretta.
La versione di Trump: nessun danno alle navi e un ‘colpetto amorevole’
Nonostante la violenza degli scontri, l’inquilino della Casa Bianca ha voluto ridimensionare la portata delle ostilità. Intervenuto ai microfoni della Abc, Donald Trump ha liquidato i lanci di missili e droni da parte delle Guardie Rivoluzionarie (i quali avevano preso di mira i cacciatorpediniere nello Stretto) come “una sciocchezza”. Sulla stessa scia, ha descritto i bombardamenti di rappresaglia contro le postazioni iraniane – inclusi i siti di lancio e le basi navali – con l’espressione informale “just a love tap”, un buffetto amorevole. Il presidente ha tenuto a sottolineare che i tre cacciatorpediniere sono riusciti a transitare “sotto il fuoco nemico” senza subire alcun danno diretto. “Sono stati completamente distrutti, insieme a numerose piccole imbarcazioni”, ha scritto su Truth Social riferendosi agli aggressori, avvertendo che in futuro le risposte saranno “molto più forti e violente” se non si arriverà a un’intesa. Una narrazione, la sua, che mira a mantenere in vita il cessate il fuoco dal punto di vista politico, anche mentre le bombe continuavano a cadere sull’isola di Qeshm e vicino al porto di Bandar Abbas.
Un tavolo nella tempesta: l’attesa risposta iraniana
Paradossalmente, mentre i caccia decollavano e le petroliere andavano a fuoco, il canale diplomatico è rimasto insolitamente attivo. Il segretario di Stato Marco Rubio, in visita a Roma dal 6 maggio, ha confermato che gli Stati Uniti si aspettavano una risposta “seria” dall’Iran già entro la giornata di venerdì. Un’attesa tesa, filtrata dal vicepresidente J.D. Vance che nel frattempo ha incontrato alla Casa Bianca il premier qatariota, utilizzato come mediatore riservato tra le due capitali. Trump, parlando con i giornalisti prima di una cena in Virginia, ha ammesso che l’intesa “potrebbe non concretizzarsi, ma potrebbe accadere da un giorno all’altro”, aggiungendo che Teheran la vuole “più di quanto la voglia io”. Questa tattica del rilancio continuo, dove la minaccia e la trattativa procedono su binari paralleli, ha trovato riscontro anche nelle dichiarazioni del tycoon relative al programma nucleare: l’accordo chiesto dall’America, secondo le indiscrezioni, prevede la consegna delle “polveri nucleari” agli Stati Uniti, una condizione che Teheran ha finora giudicato come una semplice “lista di desideri americani”.
Il fragile equilibrio del ‘cessate il fuoco’
Nonostante le fiamme e le accuse incrociate, sia Washington che Teheran sembrano voler evitare la parola fine alla tregua. Fonti affiliate alle Guardie Rivoluzionarie, citate dall’agenzia Tasnim, hanno precisato che “gli scontri tra le due parti si sono per ora interrotti”, anche se potrebbero riprendere se le forze americane dovessero interferire nuovamente con le navi iraniane. L’amministrazione americana, da parte sua, ha specificato che gli attacchi a Bandar Abbas e alle petroliere non costituiscono la “riapertura delle maggiori operazioni di combattimento”, bensì azioni circoscritte di autodifesa. Per l’economia globale, che guarda con angoscia a questo snodo vitale per il petrolio, si tratta di una situazione di stallo pericoloso. Per la politica, invece, è la conferma che Trump gioca la partita su due tavoli: uno quello delle esplosioni che ha definito “un colpetto”, e l’altro quello delle trattative segrete in cui si gioca – forse – la vera pace.




