Bonus edilizi, controlli a tappeto: dal Fisco 70mila lettere e un mirino puntato sui general contractor

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Dopo anni di agevolazioni che hanno ridisegnato il volto di interi edifici, e talvolta anche i confini della rendita catastale, l’Agenzia delle Entrate stringe le maglie dei controlli. Il Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO) per il triennio 2026-2028, recentemente pubblicato, delinea una strategia di verifica capillare che si articolerà attraverso l’invio di decine di migliaia di comunicazioni, e non si limiterà più ai soli proprietari degli immobili. L’obiettivo dichiarato, come si legge nei documenti programmatici dell’Amministrazione finanziaria, è quello di rafforzare il presidio fiscale sul territorio e, contestualmente, favorire la regolarizzazione delle posizioni catastali che, a seguito dei lavori, potrebbero non essere state allineate al nuovo valore degli immobili. Nel mirino, questa volta, ci finiscono anche le imprese, e in particolare quelle che hanno operato con il modello del general contractor, un soggetto che durante la stagione del Superbonus ha spesso fatto da collettore tra committenza e subappaltatori. Si tratta, per usare una metafora calcistica, di un cambio di marcia deciso: il Fisco, dopo aver passato al setaccio le posizioni dei condomini e aver inviato le prime lettere di compliance sulle rendite, sposta ora l’attenzione sulla filiera dei lavori. L’obiettivo, stando a quanto anticipato dal Sole 24 Ore, è analizzare nel dettaglio i flussi finanziari e gli importi percepiti dalle imprese capofila, specialmente laddove queste non abbiano eseguito in proprio le opere, affidandole invece a terzi. Il sospetto, che guida le verifiche, è che in alcuni casi i margini applicati sul subappalto o su alcune prestazioni professionali possano aver generato un credito d’imposta non perfettamente aderente alla realtà dei costi sostenuti, con possibili ripercussioni anche in materia di Iva. Le cifre in ballo sono notevoli, se si considera che il solo piano di comunicazioni preventive legate agli interventi agevolati con cessione del credito, e limitatamente ai casi di disallineamento catastale, prevede l’invio di circa settantamila lettere nel prossimo triennio, ventimila delle quali già nel 2026 -6.

Un'operazione da duecentomila posizioni: la compliance catastale come primo step

La macchina dei controlli, però, non si ferma ai soli settantamila avvisi legati ai bonus. L'operazione di verifica catastale, stando a quanto emerge dalla pianificazione dell'Agenzia, avrà un perimetro molto più ampio e andrà a setacciare un totale che sfiora le duecentomila posizioni nel triennio -2-6. Questo vuol dire che molti contribuenti, che hanno effettuato lavori di miglioramento o ristrutturazione, potrebbero ricevere a breve una comunicazione dall'ufficio. L’invito, contenuto in queste lettere, non è una sanzione immediata ma piuttosto una sollecitazione a verificare la conformità catastale del proprio immobile, con l’obiettivo di spingere i proprietari a mettersi in regola spontaneamente, magari attraverso l'istituto del ravvedimento operoso, prima che scattino accertamenti formali ben più onerosi. La legge, in effetti, è chiara: quando un immobile subisce interventi che ne aumentano il valore commerciale o ne modificano la consistenza, il proprietario è tenuto a presentare una dichiarazione di variazione catastale, il cosiddetto Docfa, entro trenta giorni dalla conclusione dei lavori -6. L’incrocio dei dati, reso possibile dalla fatturazione elettronica e dai bonifici parlanti, permette ora al Fisco di individuare con precisione le potenziali omissioni. Non si tratta più, quindi, di controlli a campione, ma di una vera e propria attività di intelligence fiscale, che si avvale di algoritmi predittivi capaci di incrociare i dati della piattaforma per la cessione dei crediti, le asseverazioni tecniche dell’ENEA e la documentazione contabile dei cantieri. La tecnologia, del resto, gioca un ruolo da protagonista in questa nuova fase: accanto ai tradizionali riscontri documentali, l’Agenzia potrà avvalersi anche di droni e immagini satellitari per confrontare lo stato dei luoghi con le planimetrie catastali, individuando così ampliamenti non dichiarati o difformità nella sagoma degli edifici -10.

Il nuovo fronte dei controlli: general contractor e margini di filiera sotto la lente

Se la compliance catastale rappresenta il primo e più esteso livello di verifica, il fronte più caldo, e forse più insidioso per le imprese, è quello che si apre sui cantieri gestiti dai general contractor. In questo caso, l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate si concentra sul modello di business di quelle aziende che, fungendo da capofila, hanno coordinato i lavori affidandoli in subappalto ad altre ditte. Il nodo centrale, come spiegato da analisti fiscali, riguarda la natura e la congruità dei margini applicati. Il principio, sancito anche in alcuni documenti di prassi, è che solo le spese direttamente collegate agli interventi edilizi possono beneficiare dell’agevolazione, mentre i compensi per il mero coordinamento, di per sé, ne sarebbero esclusi -4. Il problema sorge quando un general contractor, che di fatto non esegue lavori in proprio ma si limita a organizzare la filiera, applica un ricarico sui costi dei subappaltatori, generando così un credito d’imposta su una somma che non corrisponde a un effettivo costo sostenuto per l’esecuzione dei lavori. La situazione, però, cambia radicalmente se il soggetto capofila riveste la qualifica di appaltatore generale, un ruolo che implica l’organizzazione dei mezzi, l’assunzione del rischio d’impresa e l’esecuzione, anche parziale, dell’opera. In questa seconda ipotesi, il margine di guadagno è considerato fisiologico, purché adeguato e debitamente documentato -4. Nella pratica, tuttavia, la linea di confine tra le due figure è spesso sottile, e spetterà ora ai verificatori tracciarla, caso per caso, esaminando i contratti, i flussi di subappalto e l’effettiva consistenza dei lavori eseguiti direttamente dall’impresa capofila. Le prime avvisaglie di questa stretta, stando ad alcune ricostruzioni, arrivano da tre regioni in particolare, l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto, dove sarebbero già partite verifiche mirate, ma con il chiaro intento di estendere il modello su scala nazionale -3.

Il nodo delle prestazioni professionali e i rischi per le imprese

Il campo di indagine, peraltro, non si limita ai soli margini di impresa, ma si allarga a comprendere il trattamento fiscale di alcune voci di spesa, come le prestazioni professionali. Il meccanismo che il Fisco sta scrutinando con attenzione riguarda l’aliquota Iva applicata a determinati servizi. Il ragionamento, in termini tecnici, è complesso ma si può riassumere così: se un’impresa affida dei lavori a un subappaltatore, applica solitamente l’inversione contabile (reverse charge); se invece acquista una prestazione professionale, l’Iva è al 22%. La società capofila, nel fatturare al committente, ricomprende nel corrispettivo sia i costi dei subappalti che quelli dei professionisti, il tutto agevolato al 110 o al 90 per cento. Il problema, secondo una possibile chiave di lettura dell’Agenzia, potrebbe sorgere quando la parte dei servizi professionali viene fatturata all’interno di un pacchetto unitario, con il rischio che il margine applicato su questa quota finisca per generare un credito su un’operazione che, a monte, sconterebbe un’aliquota Iva ordinaria -3. Le conseguenze, per le imprese che dovessero vedersi contestare queste irregolarità, non sarebbero solo economiche. Oltre al recupero del credito d’imposta indebitamente utilizzato, maggiorato di sanzioni e interessi, si aprirebbe uno scenario più grave qualora l’indebita percezione superasse i cinquantamila euro, soglia oltre la quale scattano i reati tributari e le relative conseguenze penali -3. I cantieri finiti nel mirino, in questa prima fase, sarebbero quelli che presentano anomalie specifiche, come lavori interrotti dopo il primo stato di avanzamento, incongruenze temporali tra le date di fatturazione e l’effettiva esecuzione delle opere, o discrepanze tra i crediti ceduti e lo stato di completamento degli interventi. Un’operazione, insomma, che mira a distinguere i cantieri realmente completati, o in avanzato stato di realizzazione, da quelli che, secondo l’espressione in uso, potrebbero rivelarsi dei “cantieri fantasma” o comunque delle opere incompiute che hanno generato crediti fiscali sproporzionati rispetto al lavoro effettivamente svolto.

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