Timbrava in municipio e andava a lavorare in Svizzera, la finanza lo incastra con i pedinamenti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’orologio segnava l’inizio del turno, il cartellino scorreva regolare nell’ufficio tecnico di un piccolo Comune dell’Alto Varesotto – una manciata di migliaia di abitanti, strade silenziose e il confine con la Svizzera a pochi chilometri – eppure, secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, il dipendente destinato alla manutenzione del verde pubblico non si trovava affatto a potare siepi o a raccogliere foglie lungo le marciapiedi italiani. Le Fiamme Gialle della Compagnia di Luino, al termine di un’indagine coordinata dalla Procura di Varese, hanno documentato una condotta singolare: l’uomo, regolarmente assunto dall’ente locale, dopo aver timbrato il cartellino si allontanava sistematicamente dal luogo di lavoro, oltrepassava il confine e raggiungeva il Canton Ticino, dove avrebbe prestato servizio alle dipendenze di un’impresa svizzera. Una seconda attività, insomma, svolta proprio mentre l’orario d’ufficio nel municipio italiano continuava a scorrere.

Un video che non lascia dubbi, almeno agli occhi degli inquirenti

La notizia, rimbalzata dai comunicati della Guardia di Finanza di Varese fino alla stampa nazionale, ha trovato il suo contraltare più crudo in un video diffuso contestualmente: i militari hanno impiegato pedinamenti e riprese camuffate con artifici tecnologici (volti oscurati, targhe offuscate) per documentare gli spostamenti del dipendente, e quei fotogrammi – una volta emersi sui social – sono stati immediatamente ricondotti dai conoscitori del territorio a un paese preciso, Cunardo. Nessun nome è stato reso noto, nessuna carica specifica oltre a quella di operaio addetto alla manutenzione del verde, ma il meccanismo accusatorio è chiaro: il lavoratore risultava regolarmente in servizio per il Comune mentre, nella stessa fascia oraria, si trovava a decine di chilometri di distanza, al di là del valico, con gli attrezzi – verosimilmente – di un’altra azienda.

L’indagine della procura e il delicato crinale della prova

Va da sé, ed è bene ribadirlo, che l’indagato è innocente fino a una eventuale condanna definitiva, e che il materiale raccolto – per quanto solido nell’impianto investigativo – dovrà ora superare il vaglio del contraddittorio in un processo. Le Fiamme Gialle hanno messo nero su bianco una sequenza ripetuta nel tempo: il cartellino timbrato in Italia, l’allontanamento dal posto di lavoro, l’ingresso in Svizzera, la prestazione per l’impresa ticinese. Poi il ritorno, e un altro timbro a fine turno che raccontava una presenza mai realmente avvenuta. La Procura di Varese, che ha coordinato le indagini, ha ritenuto gli elementi sufficienti per procedere con una denuncia a carico dell’uomo, il quale ora dovrà rispondere – secondo quanto si apprende dai canali ufficiali – di truffa ai danni dell’ente pubblico e, probabilmente, di altre ipotesi di reato legate alla falsa attestazione della presenza in servizio.

Il fenomeno dei frontalieri e un’abitudine diventata un caso giudiziario

A fare la differenza, in questa vicenda, non è tanto il doppio lavoro in sé – fenomeno noto lungo la fascia di confine, dove molti frontalieri incrociano quotidianamente la dogana – quanto la sovrapposizione temporale fraudolenta. L’operaio non si limitava a lavorare per due datori, ma lo faceva nelle medesime ore, incassando uno stipendio pubblico per un’attività che non stava svolgendo. Il Comune, una piccola realtà amministrativa priva di grandi apparati di controllo interno, si è ritrovato così al centro di un’inchiesta che la Guardia di Finanza ha condotto con metodi tradizionali: osservazione, pedinamento, riprese. La notizia ha fatto il giro dei social in poche ore, accompagnata da un dibattito acceso, ma i riflettori restano puntati sugli sviluppi giudiziari che – a meno di archiviazione – porteranno l’uomo davanti a un giudice. Per ora, quel che resta è la sequenza dei timbri, i filmati dei finanzieri e un paese che osserva da lontano.

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