Francia e Germania ridisegnano le regole Ue sull'auto: stop al tutto elettrico nel 2035 e incentivi solo per il Made in Europe

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Francia e Germania hanno trovato un'intesa politica destinata a cambiare il futuro dell'industria automobilistica europea. L'accordo, ufficializzato con una dichiarazione congiunta dopo il bilaterale tra il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz a margine del vertice Ue, punta a rivedere le regole sulle emissioni delle auto dal 2035 e a rafforzare la preferenza europea negli incentivi pubblici.

Il documento congiunto, datato 15 ottobre, è stato diffuso da diverse testate internazionali e segna un cambio di rotta rispetto alla traiettoria fissata dal Green Deal europeo del 2019.

Cosa cambia per i motori termici

Il punto centrale dell'intesa riguarda l'obiettivo di riduzione delle emissioni allo scarico per le nuove auto. La proposta originaria della Commissione Ue prevedeva un taglio del 100% entro il 2035, equivalente di fatto a un divieto di vendita per i veicoli a benzina e diesel. Il compromesso franco-tedesco abbassa l'asticella al 90%, eliminando però l'obbligo per i costruttori di compensare il restante 10% attraverso acciaio a basse emissioni, carburanti sintetici o biocarburanti, come previsto dalla proposta della Commissione dello scorso dicembre.

La modifica apre di fatto le porte a ibride plug-in, range extender, mild hybrid e vetture con motore a combustione anche dopo il 2035, accanto a elettriche pure e a idrogeno. L'intesa introduce inoltre maggiore flessibilità sui target intermedi: vengono previsti periodi di calcolo pluriennali per la media delle emissioni tra il 2030 e il 2031 e un meccanismo di banking dei crediti generati nel 2029, utilizzabili fino a un massimo di 7 grammi di CO2 per chilometro per produttore.

La posta in gioco sul Made in Europe

In cambio dell'allentamento sui vincoli ambientali, Berlino ha accettato una definizione più stringente della preferenza europea negli incentivi pubblici. L'accordo restringe l'accesso agli aiuti all'acquisto, al leasing e al noleggio ai veicoli assemblati nell'Ue o in Paesi partner selezionati, con una quota crescente di componenti di produzione europea.

Per il biennio 2028-2029, le auto dovranno essere assemblate in Europa con almeno il 70% del valore dei componenti prodotto localmente, batterie escluse, e almeno il 10% delle batterie dovrà integrare tre componenti principali realizzati nel continente.

La definizione di Made in Europe include i 27 Stati membri e apre a un opt-in per Regno Unito e Norvegia, subordinato però all'allineamento britannico alle misure di difesa commerciale europee, come i dazi sulle elettriche cinesi. La Germania, che inizialmente spingeva per una formula più ampia di Made with Europe, ha infine sposato i criteri più restrittivi voluti da Parigi, accettando di limitare la portata della preferenza europea in cambio delle concessioni sui motori termici.

Le reazioni a Bruxelles

L'intesa franco-tedesca non è vincolante di per sé: per tradursi in norme europee dovrà ottenere il sostegno degli altri governi e del Parlamento Ue, dove il negoziato è già in corso. La ministra dell'Ambiente tedesca Carina Schneider ha accolto con favore la regola del Made in Europe, sottolineando l'obiettivo di costruire auto elettriche in Europa e non solo in Cina, pur esprimendo riserve sull'allentamento del divieto sui motori termici.

La capogruppo dei Verdi al Bundestag, Katharina Dröge, ha invece definito l'accordo un freno aggiuntivo per i siti produttivi tedeschi, sostenendo che i consumatori hanno già scelto l'elettrico.

Sullo sfondo resta la spaccatura tra gli Stati membri. Sette Paesi guidati da Danimarca, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia avevano chiesto nei mesi scorsi di non indebolire ulteriormente gli standard sulle emissioni, mentre Germania e Italia hanno sostenuto la linea della flessibilità e della neutralità tecnologica. Il patto Macron-Merz consegna ora agli altri governi un documento già confezionato, con l'obiettivo dichiarato di dare una direzione chiara ai negoziati di Bruxelles senza far deragliare la filiera industriale.

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