Rogoredo, Tajani: “Anche a cena con Gesù c'era Giuda”
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Redazione Interno
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Il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, ha rotto gli indugi sulla vicenda di Rogoredo, e lo ha fatto con una metafora che non lascia spazio a fraintendimenti circa la volontà del partito di distinguere tra responsabilità individuali e il ruolo delle forze dell'ordine. Intervenuto a margine della riunione della segreteria del partito alla Camera, Tajani ha commentato il caso dell'agente Carmelo Cinturrino, l'uomo ora accusato di omicidio volontario per la morte del pusher Abderrahim Mansouri, sottolineando come la giustizia debba fare il suo corso. “Se quel poliziotto, che ormai è un ex poliziotto, è anche un assassino pagherà per le sue responsabilità”, ha dichiarato il ministro, aggiungendo però un passaggio cruciale per inquadrare la vicenda in una prospettiva più ampia: “ma anche a cena con Gesù Cristo c'era Giuda. Una mela marcia c'è sempre, ma non è che centinaia di migliaia di agenti delle forze dell'ordine sono tutte come quello di Rogoredo”.
Il decreto sicurezza e la sua travagliata approvazione
La presa di posizione del segretario di Forza Italia arriva in un momento particolarmente delicato per il governo, alle prese con le fibrillazioni interne al centrodestra generatesi proprio attorno al nuovo decreto-legge sicurezza. Il provvedimento, va ricordato, aveva ottenuto il via libera dalla Ragioneria generale dello Stato solo il 24 febbraio, dopo un iter che ne aveva rallentato l'approvazione definitiva nonostante fosse stato varato dal Consiglio dei ministri già il 5 febbraio. Il testo, che insieme a un disegno di legge collegato costituisce il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, mira inasprire i controlli e le pene su diversi fronti, introducendo misure che vanno dalle zone a vigilanza rafforzata al cosiddetto “fermo preventivo” fino a dodici ore per chi si rende pericoloso durante le manifestazioni. Tuttavia, la norma che ha scatenato il dibattito più acceso è quella relativa alla modifica delle iscrizioni nel registro degli indagati per i reati commessi in presenza di cause di giustificazione, come la legittima difesa o l'adempimento di un dovere: un meccanismo che una parte della maggioranza aveva propagandato come un vero e proprio scudo penale per le divise, ma che i fatti di Rogoredo hanno contribuito a rivelare nella sua reale, e assai più limitata, portata.
La reazione interna alla maggioranza e le voci contrarie
E proprio sulla scia dell'omicidio di Rogoredo, emerso in tutta la sua drammatica complessità grazie alle indagini che hanno portato all'arresto di Cinturrino per omicidio volontario, una parte della maggioranza ha cercato di correre ai ripari. L'entusiasmo iniziale per la norma, spinto da dichiarazioni roboanti di esponenti leghisti e di Fratelli d'Italia, si è scontrato con la realtà giudiziaria del caso, mostrando come nessuna disposizione avrebbe potuto proteggere l'agente se la sua versione dei fatti fosse stata smentita. In questo clima di evidente imbarazzo, la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ha voluto tracciare una linea netta in un'intervista rilasciata a La Stampa il 25 febbraio, affermando che il decreto appena approvato «non c'entra nulla» con i recenti fatti di cronaca milanesi. Una presa di distanza, quella della senatrice azzurra, che sembra voler isolare l'accaduto come un episodio a sé, depurandolo da qualsiasi conseguenza sul piano dell'azione legislativa e della fiducia nelle istituzioni.
La posizione di Tajani tra autonomia e equilibrio istituzionale
Con le sue dichiarazioni, Tajani ha dunque voluto mettere un punto fermo, cercando di tenere insieme due esigenze politiche apparentemente contrapposte. Da un lato, il leader di Forza Italia ha ribadito il principio di legalità e il rispetto per il lavoro della magistratura, evitando di gettare ombre rative sull'operato degli inquirenti che hanno portato alla luce la presunta messinscena dell'ex agente; dall'altro, ha scelto di difendere l'istituzione nella sua interezza, usando la metafora evangelica per respingere qualsiasi tentazione di generalizzazione che possa macchiare la reputazione di «centinaia di migliaia di agenti». Una linea, questa, che mira a preservare l'equilibrio politico in una maggioranza dove le spinte giustizialiste verso l'interno e garantiste verso l'esterno si sono spesso scontrate, soprattutto su temi caldi come la riforma della giustizia e i delicati equilibri tra i poteri dello Stato. La scelta del ministro degli Esteri di intervenire personalmente, con toni pacati ma decisi, su una vicenda di cronaca nera e politica interna suona come un messaggio chiaro: Forza Italia intende giocare un ruolo da ago della bilancia, promuovendo le riforme ma senza alimentare sterili guerre di religione con le toghe.
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