Paolo Calcinaro, il sindaco di Fermo trascinatore del centrodestra Marche
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Redazione Interno
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Paolo Calcinaro, sindaco di Fermo in carica, si è rivelato il vero trascinatore del centrodestra nelle elezioni regionali, raccogliendo un personale bottino di 9.311 preferenze che lo ha incoronato come il candidato più votato dell’intera regione. La sua capacità di mobilitare il consenso, un dato che pochi si aspettavano così eclatante, è stata il motore principale che ha permesso alla civica del presidente Acquaroli di sfiorare quel significativo 16% del totale. Questo risultato, che va ben oltre le più rosee aspettative, solleva naturalmente interrogativi sul suo futuro immediato, se cioè sia destinato a un ruolo dentro la nuova giunta regionale. Lo stesso Calcinaro, tuttavia, smorza gli entusiasmi e frena qualsiasi ipotesi di un suo trasferimento a Palazzo Raffaello, affermando di aver già un impegno di governo sul territorio, quello di sindaco di Fermo, che assorbe completamente le sue energie e che considera il suo principale dovere istituzionale.
La frattura sociale e il nuovo elettorato di destra
Il contesto in cui questo exploit elettorale si è inserito, d’altronde, parla di un elettorato sempre più segmentato e di una frattura sociale che il voto ha semplicemente fotografato con crudezza. Come sottolineano alcune analisi, la sinistra, dal Pd ad Avs, sembra ormai rappresentare principalmente le élite, i ceti medio-alti e i residenti dei grandi centri urbani. La provincia, le periferie e quella parte di Paese composta dai ceti meno abbienti, che un tempo costituivano l’elettorato di riferimento della sinistra, mostrano invece una propensione di voto sempre più orientata a destra. Una cesura, questa, che appare prima di tutto di natura sociale e culturale, e che si sta radicando in maniera profonda in tutto il territorio nazionale, trovando nelle Marche una sua chiara conferma.
Il fallimento del "campo largo" e le ripercussioni nazionali
Questo scenario ha determinato il duplice fallimento dello schema del cosiddetto “campo largo”, l’alleanza organica tra Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle che si presentava come l’unica alternativa credibile al centrodestra. Il flop marchigiano, infatti, ha fatto vacillare quel progetto, rafforzando all’interno di entrambi i partiti le posizioni di quanti hanno sempre guardato con scetticismo a un’intesa così stretta. Nel Pd, i riformisti rimasti orfani di un riferimento chiaro dopo la rottura con Stefano Bonaccini, cominciano a guardare con interesse a figure come quella di Paolo Gentiloni. Parallelamente, tra le file del Movimento Cinque Stelle, guadagna terreno la fazione che spinge il leader Giuseppe Conte per una netta discontinuità con Elly Schlein, vedendo nella scelta di una corsa solitaria e autonoma alle prossime politiche l’unica strada percorribile per riconquistare consensi.
Il paradosso dell'astensionismo e il peso del voto
Il diritto di voto, sancito dall’articolo 48 della Costituzione come partecipazione fondamentale alla vita democratica, rappresenta il momento in cui il popolo si esprime e affida ad altri cittadini la responsabilità di governo. Un principio sacrosanto che, tuttavia, negli ultimi decenni si è scontrato con una progressiva disaffezione dell’elettorato, generata spesso dalla pochezza percepita della classe dirigente che si è alternata al potere. Questo disgusto, che allontana molti cittadini dalle urne, produce un effetto perverso: finisce per aumentare enormemente il peso specifico del voto di chi, invece, continua a esercitarlo. È un paradosso che mina le basi stesse della rappresentanza, dove l’astensionismo non è più solo un segnale di protesta ma diventa un moltiplicatore di influenza per chi ha mantenuto l’abitudine al voto, alterando gli equilibri reali del Paese.




