Morte di Alexandra Garufi: indagati il padre e i messaggi d’odio
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Redazione Interno
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La Procura di Monza ha avviato due distinte linee d’inchiesta dopo il suicidio di Davide Garufi, noto online come Alexandra, il ventunenne tiktoker di Sesto San Giovanni che nella notte tra mercoledì e giovedì scorso si è tolto la vita sparandosi con una pistola. L’arma, legalmente detenuta dal padre – guardia giurata per un istituto di vigilanza privata – era custodita, secondo ricostruzioni preliminari, in uno zainetto lasciato incustodito in casa. Per questo, il genitore è indagato per omessa custodia di arma da fuoco, un reato che, se confermato, potrebbe avere implicazioni penali rilevanti.
Parallelamente, i magistrati stanno esaminando i dispositivi elettronici della vittima – smartphone e computer – alla ricerca di eventuali messaggi d’odio o pressioni psicologiche che avrebbero potuto spingere Garufi al gesto estremo. Nonostante l’ipotesi di istigazione al suicidio sia stata formalizzata, fonti investigative precisano che al momento non sono emersi elementi concreti di bullismo o condotte persecutorie, né online né nella sfera personale. Alexandra, che documentava su TikTok il proprio percorso di transizione, era esposta a un flusso costante di interazioni pubbliche, alcune delle quali potenzialmente tossiche, ma non risulta aver sporto denunce o segnalato minacce specifiche alle autorità.
L’autopsia, ancora in attesa di esecuzione, sarà determinante per chiarire dinamiche e tempistiche, anche se le prime indiscrezioni escludono coinvolgimenti di terzi nell’episodio materiale. Quello che appare certo è il contesto fragile in cui il giovane si muoveva: la facilità di accesso all’arma, unita a un’eventuale esposizione a insulti o pressioni indirette, solleva interrogativi sulle responsabilità, dirette e indirette, di chi avrebbe potuto prevenire la tragedia.




